Serenis, piattaforma digitale e centro medico specializzato e FISH, Federazione Italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie, hanno lanciato una survey per indagare lo stato di benessere psicologico delle persone con disabilità e i loro caregiver con l’obiettivo di promuovere consapevolezza, inclusione e accesso alla terapia psicologica
Dai dai dati raccolti emerge una situazione di urgenza. La terapia online potrebbe però rappresentare la soluzione, dal momento che garantisce flessibilità e accessibilità. Promuovere il benessere psicologico dei caregiver è importante perché influenza positivamente l’atto di cura stesso. A volte si tende a considerare il caregiver come una sorta di “supereroe” ma ci dimentichiamo che è una persona con delle emozioni, dei limiti e delle fragilità.
Sull’argomento ne facciamo chiarezza con la Dottoressa Martina Migliore, psicoterapeuta e Direttore della Formazione e dello Sviluppo in Serenis in questa interessante intervista.
Cosa può compromettere il benessere psicologico dei caregiver?
Iniziamo intanto dicendo che non c’è un caregiver uguale all’altro, stiamo parlando di persone, con la propria storia, la propria mente e le proprie esigenze le quali si trovano a dover sostenere una situazione difficile e impegnativa che impatta ogni ambito della loro vita. Detto ciò il benessere dei caregiver può essere compromesso da un carico emotivo e pratico molto intenso. Spesso devono affrontare giornate lunghe, responsabilità continue e la sensazione di non avere tempo per sé. A questo si aggiungono isolamento sociale, eventuali difficoltà economiche e mancanza di supporto adeguato. Tutti questi fattori possono portare a trascurare i propri bisogni, con conseguenze sulla salute mentale.
Quando si parla di un vero e proprio burnout emotivo? Come riconoscerlo?
Il burnout emotivo si manifesta quando lo stress diventa cronico e porta a un esaurimento psicologico: sostenere uno sforzo, a volte estremo, ogni giorno senza la percezione che ci sia una “via di uscita” e con il grande senso di responsabilità in ogni momento delle 24 ore, porta facilmente ad esaurimento fisico e psicologico. I segnali più comuni sono stanchezza persistente, irritabilità, perdita di motivazione e difficoltà di concentrazione. Alcuni caregiver descrivono la sensazione di “non farcela più”. Riconoscere questi sintomi è fondamentale per intervenire prima che il disagio diventi invalidante.
Quanto è importante poter contare su una rete sociale?
La rete sociale è un fattore protettivo essenziale. Avere persone con cui condividere il peso della cura, che supportino nelle incombenze quotidiane e consentano di “staccare” riduce l’isolamento e offre sostegno pratico ed emotivo. Non si tratta solo di aiuto concreto, ma anche di sentirsi compresi e ascoltati. Una comunità vicina può fare la differenza nel prevenire il burnout e nel mantenere l’equilibrio psicologico.
Quando è necessario chiedere aiuto ad un terapeuta?
È importante rivolgersi a un terapeuta quando il disagio diventa persistente e compromette la qualità della vita. Non bisogna aspettare di “stare male”: la terapia può essere anche uno spazio di prevenzione e di ricarica. Per i caregiver, avere un luogo sicuro dove esprimere emozioni e fragilità senza giudizio è un passo fondamentale per ritrovare equilibrio. Essere alle prese con una condizione cronica di un familiare implica molte emozioni contrastanti, oltre che spesso un forte senso di colpa se si tratta di figli. Questo carico emotivo aggiuntivo va ad aggiungersi a quello generale.
In Italia com’è la situazione di accesso alla terapia psicologica da parte dei caregiver?
Secondo la survey condotta da Serenis, un centro medico online che offre percorsi di psicoterapia, nutrizione e coaching e FISH, Federazione Italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie, per indagare lo stato di benessere psicologico delle persone con disabilità e i loro caregiver, quasi la metà dei caregiver ritiene che il supporto psicologico non sia adeguatamente offerto o accessibile. Nonostante questo, oltre il 50% dichiara di voler provare la psicoterapia online. Questo dato mostra un bisogno forte e diffuso, ma anche la fiducia verso soluzioni più flessibili e inclusive, come la terapia a distanza, più adatte ad una vita piena e imprevedibile.
Quali sono i principali ostacoli?
Un ostacolo che agisce da “elefante nella stanza” riguarda il riconoscere di avere un numero di energie finite: spesso da caregiver si adotta un comportamento da supereroe il quale tende a farsi carico di tutto, anche pensando che solo lui o lei possono prendersi cura del disabile. Questo ovviamente genera un primo grande ostacolo alla richiesta di aiuto. Altri ostacoli possono essere economici, territoriali e informativi. Il costo della terapia è la barriera più citata, nella survey, seguita dalla mancanza di professionisti con competenze specifiche sulla disabilità e dalla distanza fisica dagli studi. A ciò si aggiunge la scarsa informazione sulle opzioni disponibili. La terapia online può ridurre molte di queste difficoltà, se resa accessibile.
Su cosa si basa l’intervento psicoterapeutico mirante a promuovere il benessere psicologico dei caregiver?
L’intervento si fonda sul riconoscimento delle emozioni del caregiver e sulla legittimazione della sua fatica. Si lavora su strategie di coping e resilienza, offrendo uno spazio sicuro dove esprimere fragilità senza giudizio. La psicoterapia può anche favorire la costruzione di reti di sostegno, aiutando il caregiver a non sentirsi solo nel proprio percorso: abbiamo visto come uno dei pericoli maggiori è, infatti, la solitudine crescente che il caregiver affronta.
Come il benessere psicologico dei caregiver influenza positivamente l’atto di prendersi cura?
Un caregiver che sta bene psicologicamente è più presente, empatico e resiliente. Ha maggiore energia e capacità di affrontare le sfide quotidiane, trasformando la relazione di cura in un’esperienza più equilibrata. In altre parole, prendersi cura di sé significa prendersi cura meglio dell’altro: il benessere del caregiver è strettamente legato alla qualità dell’assistenza. Non si tratta di essere supereroi ma umani che riconoscono prima di tutto le proprie possibilità e poi si attivano in base a esse, chiedendo aiuto quando necessario.
