La geopolitica assomiglia sempre più a una trattativa immobiliare di alto profilo, Donald Trump ha deciso di giocare la sua carta più audace: mettere un prezzo alla fedeltà dei cittadini groenlandesi.
Secondo indiscrezioni trapelate dalla Casa Bianca e confermate da diverse fonti internazionali nelle ultime ore, l’amministrazione statunitense starebbe valutando l’offerta di un bonus forfettario compreso tra i 10.000 e i 100.000 dollari a ogni singolo abitante dell’isola.
L’obiettivo? Spingere la Groenlandia a dichiarare l’indipendenza dalla Danimarca per poi stringere un accordo di “libera associazione” con Washington, o addirittura puntare all’annessione totale.
La strategia del “bonus”: corruzione o investimento?
L’idea, discussa ai massimi livelli tra i consiglieri per la sicurezza nazionale e lo staff del Presidente, punta a scardinare il legame storico tra Copenaghen e Nuuk attraverso la leva economica. Con una popolazione di circa 57.000 persone, un’offerta di 100.000 dollari a testa costerebbe agli Stati Uniti circa 5,7 miliardi di dollari: una cifra irrisoria se paragonata al valore strategico e minerario dell’isola (stimato in migliaia di miliardi).
“Dobbiamo prendere Trump sul serio”, ha avvertito il vicepresidente JD Vance, sottolineando che se l’Europa non garantirà la sicurezza dell’Artico, gli Stati Uniti “dovranno intervenire”.
La reazione del Vecchio Continente non si è fatta attendere ed è un misto di sdegno diplomatico e pragmatismo difensivo:
Il governo di Copenaghen ha ribadito con fermezza che “la Groenlandia non è in vendita”. Il ministro della Difesa, Troels Lund Poulsen, ha già annunciato un rafforzamento della presenza militare nell’area.
Bruxelles sta preparando un “piano di difesa economica”. L’idea è di rispondere al “dollaro sonante” di Trump con investimenti strutturali massicci in infrastrutture, welfare e programmi occupazionali, per dimostrare che il futuro dell’isola è più sicuro all’interno dell’orbita europea.
I leader europei, tra cui Giorgia Meloni e i vertici Ue, hanno rilasciato una nota sottolineando che la Groenlandia “appartiene al suo popolo” e che qualsiasi pressione esterna è considerata inaccettabile e destabilizzante per la NATO.
Perché la Groenlandia scotta tanto?
Non si tratta solo di ghiaccio. L’isola è il cuore pulsante della nuova Guerra Fredda nell’Artico per tre motivi principali:
Giacimenti immensi di terre rare, petrolio e gas che fanno gola a Cina e Russia.
La base di Thule (ora Pituffik) è già un avamposto radar vitale per la difesa missilistica USA.
Con lo scioglimento dei ghiacci, le nuove rotte marittime artiche accorceranno i commerci globali.
Mentre l’Europa alza gli scudi e Washington stacca (virtualmente) gli assegni, la parola finale spetta ai groenlandesi. Il Primo Ministro Mute Egede ha sempre ribadito il desiderio di indipendenza, ma ha anche chiarito che la sovranità non ha un cartellino del prezzo. Tuttavia, in un’isola che dipende ancora dai sussidi danesi, la tentazione di un “vitalizio” americano potrebbe creare divisioni profonde nel tessuto sociale locale.


