L’aggressività che esplode nelle nostre strade, e purtroppo sempre più spesso nelle nostre aule, non è un fenomeno meteorologico improvviso.
È, al contrario, il sedimento finale di un processo di erosione culturale che ha trasformato la società in un luogo dove tutto è relativo e nulla è sacro.
I recenti fatti di cronaca avvenuti a La Spezia, con episodi di violenza tra coetanei all’interno delle mura scolastiche, non sono che la punta dell’iceberg. Quando un adolescente aggredisce un altro ragazzo, o quando il bullismo sfocia in atti di brutalità fisica, ci troviamo di fronte al fallimento del sistema dei “pesi e contrappesi” morali che un tempo definivano il percorso di crescita.
La verità è che l’aggressività è figlia di una società che ha smarrito la bussola del dovere per concentrarsi esclusivamente sul diritto.
Non si fa che privilegiare la tecnica al pensiero: sappiamo come fare le cose, ma non ci chiediamo più se sia giusto farle.
Anteporre il fine al mezzo: Il risultato giustifica ogni comportamento, rendendo la morale un accessorio opzionale.
Sostituire il denaro alla morale: Il valore di una persona è misurato dal suo potere d’acquisto o dal suo successo visibile, non dalla sua integrità.
In questo scenario, l’educazione è diventata deresponsabilizzante. Si tende a proteggere i giovani da ogni fallimento, da ogni no, “da ogni scontro con la realtà”, privandoli della capacità di gestire la frustrazione. Senza la cultura del sacrificio e del rispetto, intesi come conditio sine qua non per diventare adulti consapevoli, l’altro diventa solo un ostacolo al proprio desiderio immediato.
Gli episodi di La Spezia ci dicono che la scuola non è più un “porto sicuro” perché la comunità stessa si è frammentata.
Quando mancano regole socialmente accettate e valori condivisi, il comportamento del singolo non risponde più a un’etica collettiva, ma a un impulso individuale.
Il declino delle comunità ha lasciato un vuoto che l’aggressività riempie con facilità. Se non esiste un “noi”, l’altro è un nemico o un oggetto da schiacciare per riaffermare il proprio ego.
“L’aggressività è la conseguenza naturale di una società che ha preferito il risultato al comportamento.”
Di fronte a un femminicidio o a un grave fatto di sangue tra giovani, la risposta istituzionale è spesso la stessa: l’ora di educazione civica, il progetto estemporaneo, la conferenza dell’esperto.
Se davvero si pensa che bastino delle ore di lezioni in aula per invertire questa rotta, per metterci al sicuro dalla prossima esplosione di violenza, allora siamo vittima di un’illusione pericolosa. Non si può curare un cancro culturale con un cerotto burocratico.
Per fermare la violenza serve un ritorno radicale alla responsabilizzazione. Serve che la società torni a insegnare che ogni azione ha una “conseguenza”, che il rispetto non è un’opzione e che la dignità umana vale più di qualsiasi “risultato” economico o sociale. Senza questo cambio di paradigma, non ci resta che farci gli auguri.



