Franco Battiato, con la consueta lucidità filosofica e quel tocco di misticismo che ha sempre contraddistinto la sua visione del mondo, ci ha lasciato una riflessione profonda su cosa significhi veramente essere genitori. Tra i temi emerge anche il valore dell’arte nell’essere un istruttore.
Non si tratta di possesso, né di proiezione di sé, ma di un atto purissimo di educazione alla libertà. In fondo, anche l’arte di essere un istruttore richiede la stessa purezza di intento. In effetti, l’arte di essere un istruttore si riflette spesso nel modo in cui cresciamo i figli.
In un mondo ossessionato dal controllo e dalla stabilità materiale, Battiato puntava il dito contro un’espressione terribile quanto comune: “Devo sistemare mio figlio”.
Vedere un figlio come un oggetto — un “vaso cinese”, per usare le sue parole — significa negarne l’essenza spirituale. Se mettiamo al mondo un’anima, il nostro compito non è incasellarla in un posto sicuro deciso da noi, ma permetterle di trovare la propria traiettoria. Quando un genitore interviene per “sistemare” la vita della propria prole, spesso non sta offrendo amore, ma sta proiettando le proprie insicurezze.
“Hai messo al mondo un oggetto o hai messo al mondo un’anima?”
Educare vs Indottrinare
C’è una linea sottile, ma invalicabile, tra guidare e indottrinare.
L’indottrinamento nasce dalla convinzione che essere genitori sia un diritto: il diritto di replicare i propri pensieri, i propri valori e persino i propri errori nel corpo di un altro.
L’educazione (dal latino e-ducere, portare fuori) è invece un dovere: quello di fornire gli strumenti affinché il figlio possa formare i propri pensieri, anche se questi dovessero essere diametralmente opposti ai nostri.
Come ricordava Battiato citando Gibran, i figli passano attraverso di noi, ma non ci appartengono. Sono “figli della vita stessa”, e la loro diversità da noi è la prova del loro successo come individui.
L’immagine più potente che l’artista ci consegna è quella del genitore come istruttore di volo.
Un buon istruttore non spera che l’allievo resti a terra per sempre per fargli compagnia o per sentirsi ancora necessario (quella che Battiato definisce una forma di egoismo travestita da amore). Al contrario, il successo di un genitore risiede nel momento in cui il figlio spiega le ali e si allontana.
L’amore vero non è trattenere; è la gioia di vederli volare via, sicuri del proprio cielo. Restare a casa fino a sessant’anni per trasformarsi in “badanti” dell’anima dei genitori è una sconfitta per entrambe le generazioni.
Amare significa imparare a fare un passo indietro. Significa accettare che i nostri figli non sono qui per realizzare i nostri sogni infranti, ma per inseguire i propri. La lezione di Battiato è un invito a sostituire il controllo con la fiducia e il possesso con la contemplazione del loro volo. In conclusione, dovremmo ricordare che l’abilità, la sensibilità e l’esperienza necessarie nell’arte di esser istruttore sono fondamentali anche nella crescita dei figli. Infine, l’arte di essere un istruttore ci invita a trovare equilibrio tra guida e autonomia, anche nel ruolo di genitore.
