C’è un cortocircuito logico, culturale e profondamente ipocrita che continua a infestare il dibattito politico italiano, in cui il sessismo gioca un ruolo centrale.
Un vizio di forma e di sostanza che emerge puntualmente ogni volta che una donna raggiunge le vette del potere, specialmente se lo fa scardinando le narrazioni precostituite.
L’ultimo scontro andato in scena a Montecitorio, documentato nel post di Adnkronos ne è la fotografia esatta: una replica tagliente del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, alle parole del deputato del Movimento 5 Stelle, Francesco Silvestri.
L’accusa mossa a Meloni in Aula quella di aver “indossato delle ginocchiere per stare più comoda” nei rapporti geopolitici internazionali è l’ennesimo esempio di una retorica che, dietro lo schermo della critica politica, scivola consapevolmente nel fango del pregiudizio di genere e del sessismo,
Al netto delle legittime divergenze ideologiche, delle critiche all’azione di governo e del dissenso politico (che in democrazia è non solo lecito, ma doveroso), l’utilizzo di determinate metafore non è mai neutro.
Rivolgere l’immagine della “genuflessione” e delle “ginocchiere” a una leader donna significa attivare, più o meno surrettiziamente, un codice comunicativo ben preciso: quello che riduce il merito, la determinazione e la storia politica femminile a una concessione ottenuta attraverso la sottomissione o l’uso del corpo.
La risposta di Meloni centra il punto con chirurgica precisione:
“Quello che voi non riuscite ad accettare è che c’è una persona che senza mai indossare delle ginocchiere è arrivata dove è arrivata senza aiuti, senza favoritismi e senza scorciatoie. È questo che vi dà fastidio: vi dà fastidio che la prima donna Presidente del Consiglio in Italia sia arrivata dalla destra perché voi non siete stati capaci di proporvi”.
In questa replica non c’è solo la difesa personale, ma un’analisi politica spietata. Per decenni la sinistra e le forze progressiste si sono auto-attribuite il monopolio della rappresentanza femminile e della lotta patriarcale.
Il fatto che la prima donna a rompere il “soffitto di cristallo” a Palazzo Chigi sia una donna di destra scardina questo schema, provocando un trauma identitario nell’opposizione. Non potendo attaccarne la legittimità del percorso democratico, si preferisce scivolare sull’insulto sessista camuffato da critica geopolitica.
Il problema sollevato da questa vicenda, tuttavia, supera i confini del Parlamento e investe la società civile. Ci sono milioni di donne in Italia che lavorano, studiano, competono e dimostrano ogni giorno intelligenza e capacità manageriali.
Eppure, la narrazione tossica resta identica: se una donna ottiene un successo, la prima reazione sotterranea e talvolta sfacciatamente pubblica è il dubbio. Ha usato il corpo? Si è genuflessa? Di chi è la protetta?
È un meccanismo inaccettabile che va stigmatizzato senza se e senza ma. Il valore di una professionista, così come quello di una premier, si giudica dai risultati, dai decreti, dalla linea politica e dal consenso elettorale.
Ridurre il confronto a insinuazioni sulla “comodità” delle ginocchiere è un atto di debolezza argomentativa che svilisce non solo chi lo subisce, ma l’intera istituzione parlamentare.
Il rispetto delle donne non si misura a targhe alterne o in base alla tessera di partito che si ha in tasca. Se la critica politica non è capace di confrontarsi sul piano delle idee senza ricorrere a stereotipi di sottomissione fisica, significa che il dibattito pubblico italiano ha un problema sistemico di sessismo.
La “prima donna” è arrivata dalla destra, e questo è un dato storico. Sarebbe ora che la sinistra, e l’opposizione tutta, imparassero a contrastarla sul terreno della politica, lasciando una volta per tutte le ginocchiere nel magazzino dei cliché più retrogradi del Patriarcato.














