I voli militari Usa verso l’Iran ma con scalo

Ecco come Trump aggira il No di Sanchez all’utilizzo delle basi.

Diversi velivoli da trasporto tattico e aerei cisterna sono decollati dalle due basi spagnole per atterrare in Germania e in Italia. Da qui una breve sosta per poi proseguire verso l’Iran.

Il braccio di ferro tra Madrid e Washington sulla gestione della crisi in Medio Oriente ha preso una piega inaspettata. Si è trasformato in una partita a scacchi logistica che vede l’Italia e la Germania nel ruolo di pedine (più o meno consapevoli).

Mentre il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ribadisce con forza il suo «No alla guerra» e nega l’autorizzazione all’uso delle basi congiunte di Rota e Morón de la Frontera per operazioni contro l’Iran, l’amministrazione Trump ha già trovato la “porta di servizio”.

Nelle ultime 48 ore, i tracciati radar hanno mostrato un’attività frenetica. Diversi velivoli da trasporto tattico e, soprattutto, aerei cisterna KC-135 Stratotanker, fondamentali per rifornire in volo i caccia diretti verso il fronte iraniano, hanno lasciato il suolo spagnolo. Tuttavia, non si sono diretti subito verso est.

La strategia di Donald Trump è semplice quanto efficace. Si decolla dalla Spagna con una destinazione formale “alleata” all’interno del perimetro europeo. Poi si riparte verso il teatro operativo.

Le tappe intermedie sono state identificate nella base di Ramstein, in Germania, e in diverse installazioni in Italia (con Sigonella e Aviano osservate speciali). Prima c’è una breve sosta tecnica, il tempo di cambiare i piani di volo e fare rifornimento. Successivamente la rotta prosegue verso il Golfo Persico.

Questo espediente permette al Pentagono di svuotare i magazzini e rischierare i mezzi precedentemente stazionati in Andalusia. Inoltre, così si aggira il divieto politico imposto dal governo socialista spagnolo.

La mossa di Sánchez, che ha definito l’intervento militare contro Teheran «ingiustificato e pericoloso», ha mandato su tutte le furie la Casa Bianca.

Trump non ha usato giri di parole, minacciando ritorsioni commerciali pesantissime: «Taglieremo ogni scambio con la Spagna», ha dichiarato il tycoon, aggiungendo con la consueta spavalderia che «se volessimo usare le loro basi, potremmo semplicemente atterrare e farlo, nessuno potrebbe fermarci».
Per ora, però, il Pentagono preferisce la via della triangolazione.

Spostare i pezzi sulla scacchiera europea permette agli Stati Uniti di mantenere l’operatività senza arrivare a una rottura diplomatica totale e immediata con Madrid. Tuttavia, così si rende palese l’irrilevanza pratica del veto di Sánchez di fronte alla macchina bellica americana.

Mentre Sánchez si erge a paladino del diritto internazionale — attirandosi il plauso di quella parte d’Europa che teme un’escalation incontrollabile — resta il nodo politico per gli altri partner. Se la Spagna dice no, Italia e Germania sembrano aver scelto la via del silenzio-assenso. Accettano di diventare gli “scali tecnici” di un’operazione che rischia di incendiare definitivamente il Medio Oriente.

L’articolo 2 dell’accordo di cooperazione tra Spagna e Usa prevede che l’uso delle basi debba essere concordato. Tuttavia, con il trucco dello scalo intermedio, il Pentagono ha dimostrato che, nella geopolitica del 2026, i confini e i veti politici sono fragili quanto una traccia radar che scompare e riappare su un altro piano di volo.