“Davanti a un’ingiustizia non esiste neutralità”. Questa frase, diventata un manifesto civile, racchiude l’essenza dell’impegno politico e letterario di Michela Murgia.
La scrittrice sarda, scomparsa nell’agosto del 2023, ha dedicato la sua vita a scardinare il mito dell’imparzialità come virtù, rivelando come il silenzio, in contesti di oppressione, non sia mai un terreno neutro, ma un sostegno attivo allo status quo.
Nella visione di Murgia, chi sceglie di non prendere posizione di fronte a una prevaricazione sta, di fatto, scegliendo la parte del più forte.
La neutralità viene spesso confusa con l’equilibrio o la moderazione, ma nei suoi interventi, dai libri come Istruzioni per diventare fascisti ai podcast come Morgana, Michela ha sempre sottolineato come l’astensione sia un atto politico.
Solo chi non è colpito direttamente da un’ingiustizia può permettersi il lusso di essere “neutrale”.
Murgia ha insegnato che anche il modo in cui nominiamo le cose (o decidiamo di non nominarle) determina la nostra posizione nel mondo.
Per Michela Murgia, la democrazia non è un sistema statico, ma un organismo che richiede una manutenzione costante attraverso il conflitto sano e la presa di posizione.
Non esisteva per lei la possibilità di restare a guardare mentre i diritti civili venivano erosi o mentre il linguaggio d’odio diventava norma.
“Se accetti l’ingiustizia per quieto vivere, quel vivere non è più quieto, è solo complice.”
Questa filosofia si traduceva nella pratica della scelta consapevole. Scegliere da che parte stare significa accettare la responsabilità delle proprie idee, anche quando queste risultano scomode o divisive. Per Murgia, la divisione non era un male da evitare a tutti i costi, ma la prova che il pensiero critico era ancora vivo.
Oggi, citare Michela Murgia significa onorare l’idea che la coerenza costi fatica. La sua eredità ci sfida a interrogarci sui nostri silenzi quotidiani:
In ufficio davanti a un commento sessista.
Nella società davanti all’esclusione delle minoranze.
Nella politica davanti alla compressione dei diritti.
Non schierarsi non ci rende giusti; ci rende semplicemente invisibili agli occhi di chi soffre l’ingiustizia, ma ben visibili a chi la commette come complici.








