L’ultimo scontro tra Giuseppe Conte e la Premier Giorgia Meloni ha segnato un punto di svolta comunicativo per il Movimento 5 Stelle, portando in primo piano una critica serrata che non ha risparmiato né la politica interna né i delicatissimi equilibri geopolitici.
L’intervento del leader pentastellato è iniziato con un affondo sulla riforma della magistratura.
Conte ha accusato la Presidente del Consiglio di ostentare una sicurezza infondata, smontando pezzo dopo pezzo la narrazione governativa:
“Presidente, fice di sapere tutto sul referendum e sulla separazione delle carriere, ma la realtà è che non conosce i tecnicismi e le implicazioni sistemiche di questa riforma”.
Un invito a smettere di semplificare temi giuridici complessi per puro calcolo elettorale.
Il cuore del discorso, quello che ha scatenato il maggior numero di applausi tra le fila dell’opposizione, ha riguardato però la politica estera.
Conte ha evidenziato quella che definisce una “pericolosa lacuna informativa” della Premier su attori chiave come Benjamin Netanyahu e Donald Trump.
Particolarmente duro è stato il passaggio sul Medio Oriente e il diritto internazionale.
Conte ha ricordato con forza che quanto sta accadendo in Iran e nei territori coinvolti dai conflitti attuali non può essere ignorato o derubricato:
“Quello che stanno facendo in Iran è contro il diritto internazionale. Non si può restare silenti o impreparati davanti a tali violazioni”.
L’affondo finale è stato anche il più mediatico. Con una metafora ficcante, Conte ha dichiarato conclusa la stagione dei silenzi e delle ambiguità:
“Non puo’ più fare la Bella Addormentata nel bosco”: Un richiamo a prendersi le responsabilità di governo fornendo dati certi e posizioni chiare, invece di trincerarsi dietro “non so” o “vedremo”.
“I dati ora li diamo noi”: Una sfida diretta sulla competenza, proponendo il Movimento come garante di una verità documentata contro quella che definisce la propaganda di Palazzo Chigi.
Conte ritrova la sua “verve” da avvocato del popolo, puntando tutto sulla preparazione tecnica e sulla fermezza etica in campo internazionale.
Un attacco che, a giudicare dalle reazioni in aula, ha colpito nel segno, riaccendendo il dibattito sulla capacità del governo di gestire le grandi crisi globali.








