C’è un momento preciso in cui la teoria politica si scontra con la realtà della polvere sui banchi di tribunale e il sospetto che nasce sottopelle.
La riforma della giustizia targata Nordio se nasce, perché i seggi si sono appena chiusi e se ne può riparlare, nasce sulla carta, sotto una buona stella: l’esigenza di un cambiamento è innegabile, quasi fisiologico. Ma “tra il dire e il fare” c’è di mezzo “una cambiale in bianco” che molti italiani, me compresa, non si sono sentiti di firmare.
Il vero punto di rottura non è stato l’obiettivo, ma “il metodo”. Presentarsi al voto con la clausola del “le leggi attuative le faremo dopo la vittoria del sì” è stato il peccato originale.
Chiedere al cittadino di fidarsi sulla parola, rimandando “i dettagli cruciali” a un secondo momento, non è riformismo: è un salto nel buio.
Per chi, come me, respira ideali socialisti da sempre, “la forma è sostanza”. Se la formula è fumosa e chi la scrive non ispira fiducia, l’unica bussola rimane l’istinto di sopravvivenza costituzionale.
In queste ore si fa un gran parlare di “eredità politiche”. C’è chi ha provato a scomodare i giganti del passato per giustificare questa riforma.
Ma facciamo chiarezza: Bettino Craxi voleva la riforma della giustizia, ne sentiva l’urgenza democratica, ma non avrebbe mai avallato un testo scritto così, da questa compagine.
Non serve una seduta spiritica per capire che c’è una differenza abissale tra il “modernismo socialista” e il pasticcio tecnico-politico firmato Nordio e soci. Una riforma “giusta” fatta dalle persone “sbagliate” diventa, inevitabilmente, una riforma sbagliata. Matematico.
Il dato elettorale parla chiaro: il “No” è avanti, sorretto da quella filosofia latina del “in dubio, abstine”. Nel dubbio, astieniti; o meglio, “proteggi ciò che hai”. La Costituzione.
Ciò che fa rabbia è vedere come battaglie fondamentali vengano caricate di corollari astrusi che finiscono per allontanare le persone. Eppure, la gente ai seggi ci è andata. Nonostante la complessità, il corpo elettorale ha capito che la posta in gioco era la tenuta del sistema.
Il voto di oggi non è contro il cambiamento, ma contro un cambiamento “fatto male”, con arroganza e troppi omissis.
La Costituzione è un bene comune, e per fortuna, l’istinto di protezione degli italiani è ancora vigile.
È vero, Craxi auspicava una riforma della giustizia, ma da questi legislatori, nemmeno il caffè si sarebbe fatto fare.