Trent’anni fa, tra un grido e una televendita, Vanna Marchi scolpiva nel marmo della cultura pop italiana una verità brutale: «Se uno ci crede che il sale fa guarire e le alghe fanno dimagrire, vuol dire che sono dei cogli… E i cogli… vanno in…nculati». Al netto del turpiloquio, la “filosofia” della regina delle televendite descriveva un rapporto preciso tra l’imbonitore e chi vuole disperatamente essere ingannato. Il metodo Marchi ha segnato profondamente il modo in cui molti italiani percepiscono le televendite.
Oggi, osservando i risultati e il clima di questo referendum sulla riforma della Giustizia, la sensazione è che il barattolo di sale sia stato sostituito dalle schede elettorali.
La Giustizia come scudo spaziale
Per decenni, una parte della politica ha venduto al Paese l’idea che la riforma della magistratura non fosse uno strumento tecnico per rendere i processi più rapidi (obiettivamente necessari a un Paese civile), ma una sorta di arma di difesa preventiva.
Secondo questa narrazione, la Giustizia non deve essere “giusta”, deve essere “innocua” o, meglio ancora, piegata alla salvaguardia degli interessi di bottega. Se il popolo beve la pozione secondo cui limitare l’indipendenza dei giudici o trasformare il CSM in un ufficio di collocamento partitico sia la panacea per i mali dell’Italia, allora siamo ufficialmente nel campo delle alghe dimagranti.
Il rischio del risveglio
La provocazione della Marchi ci ricorda che l’inganno regge finché il cliente non si accorge che il sale nel bicchiere non ha curato nulla. Se gli italiani scelgono di credere che la soluzione ai problemi del Paese sia una giustizia asservita alla politica, allora è giusto che ne sperimentino le conseguenze.
- Il paradosso del consenso: Si vota per “punire” i giudici, ma si finisce per premiare l’inefficienza.
- La delega in bianco: Credere che certi partiti usino la riforma per il bene comune è l’equivalente di comprare amuleti contro il malocchio.
- La responsabilità finale: Se il popolo decide di “farsi incc…lare”, parafrasando la Vanna nazionale, non potrà poi lamentarsi se la Giustizia diventerà un deserto dove solo chi ha il potere trova acqua.
Conclusioni
Se il Paese ha deciso di credere alla “magia” della politica che si autoriforma per grazia ricevuta, allora è tempo di passare alla cassa. Ma attenzione: a differenza dei kit di bellezza degli anni ’90, una riforma della Giustizia sbagliata non si cancella con una denuncia per truffa. Una volta che il sale è nell’acqua, non resta che berlo. E il sapore, c’è da scommetterci, sarà amarissimo.