La politica come specchio del patriarcato persistente, il caso di Montorio al Vomano dimostra come la discriminazione di genere sia ancora un’arma istituzionale
Quanto accaduto nel consiglio comunale di Montorio al Vomano, in provincia di Teramo, non è soltanto un episodio di scontro politico acceso, ma l’ennesima, dolorosa conferma di come le istituzioni siano ancora profondamente intrise di una cultura patriarcale che fatica a tramontare.
Durante una seduta, il sindaco Fabio Altitonante si è rivolto alla consigliera d’opposizione Alessandra Nori con espressioni che superano di gran lunga il confine del confronto democratico per sfociare nel sessismo più becero e retrogrado.
Frasi come “prenda la scopa e impari a fare qualcosa” non sono semplici insulti, ma rappresentano la precisa e intenzionale volontà di ricondurre una donna, impegnata nel proprio ruolo pubblico e istituzionale, ai più triti e polverosi stereotipi domestici.
Questo episodio, denunciato con fermezza dal segretario provinciale del Pd Roberto Verrocchio, mette in luce una dinamica sistematica: quando una donna occupa uno spazio di potere o di dissidenza politica, l’interlocutore maschile spesso non risponde nel merito delle questioni, ma tenta di sminuirne l’autorità e il consenso attaccandone l’identità di genere.
È la dimostrazione lampante di come il patriarcato esista, persista e si manifesti attraverso una caparbietà quasi ossessiva nel voler battere la strada della discriminazione ad ogni costo.
Invece di assistere a un dibattito civile basato sui fatti, si preferisce utilizzare il linguaggio della svalutazione e della segregazione di genere, nel disperato tentativo di confinare l’azione femminile entro confini prestabiliti da una mentalità chiaramente superata, ma purtroppo ancora drammaticamente radicata.














