Cronaca di una Pasqua difficile, le possibili soluzioni



Il cuore pulsante del commercio globale sta smettendo di battere e l’Italia, terminale fragilissimo di questa aorta energetica, ha già iniziato a sentire i primi sintomi dell’ischemia.

Lo Stretto di Hormuz, quel braccio di mare lungo appena 54 chilometri dove transita il 20% del gas e del petrolio mondiale, è oggi il perno di una crisi che sta portando l’economia globale sull’orlo del baratro.

Con il prezzo del diesel che ha già sfondato la barriera dei 2 euro al litro e il greggio che viaggia verso i 200 dollari al barile, la domanda non è più se pagheremo il conto, ma quanto sarà salato e se la diplomazia avrà il tempo di evitare il peggio.

La realtà quotidiana parla di scali italiani in sofferenza, con il carburante avio razionato a Milano, Venezia e Bologna, mentre le compagnie aeree iniziano a tagliare i voli non essenziali.

L’ultimatum di 48 ore lanciato dal Presidente Trump è ormai prossimo alla scadenza: la minaccia di colpire le infrastrutture civili e le centrali elettriche iraniane è sul tavolo, mentre Teheran risponde con una sfida aperta, permettendo il transito solo alle navi dei paesi “amici” e trasformando l’energia in un’arma di pressione politica senza precedenti.

Se l’ultimatum non verrà recepito e i segnali che giungono da Teheran non lasciano spazio all’ottimismo ci troveremo di fronte a uno scenario di guerra regionale aperta. Un attacco statunitense e israeliano alle basi iraniane porterebbe alla chiusura totale e prolungata dello Stretto.

Per l’Italia, questo significherebbe una perdita immediata delle forniture di GNL dal Qatar, che coprono un quarto del nostro fabbisogno.

Le stime di Bankitalia e Confindustria sono allarmanti: una crescita del PIL tagliata allo 0,5%, un’inflazione che torna a galoppare verso il 3% e un costo aggiuntivo di 33 miliardi di euro in sei mesi per il sistema Paese.

Il razionamento, oggi limitato agli aeroporti, potrebbe estendersi ai trasporti su gomma e al riscaldamento industriale, obbligando il Governo a misure di emergenza drastiche.

Esiste tuttavia una strada alternativa, meno rumorosa ma vitale: la diplomazia della “Coalizione di Londra”.

Oltre quaranta Paesi, sotto l’egida del Regno Unito, stanno lavorando febbrilmente a una risoluzione che neutralizzi lo Stretto sotto il monitoraggio internazionale. In questo scenario, l’Italia deve giocare un ruolo di “ponte”.

Non basta l’allineamento militare; serve una diplomazia energetica forte che potenzi immediatamente i corridoi dal Nord Africa e dal Caspio.

Sostenere una zona franca monitorata dall’ONU potrebbe offrire all’Iran una via d’uscita onorevole, permettendo al contempo a Washington di rivendicare il ripristino dell’ordine senza dover scatenare un conflitto totale.

La soluzione alla crisi di Hormuz non può essere solo balistica. Se è vero che la forza può riaprire temporaneamente un passaggio, solo la stabilità politica può garantire la sicurezza delle rotte.

Per l’Italia, agire significa oggi diversificare con urgenza estrema, promuovere il risparmio energetico nazionale come atto di resistenza economica e spingere l’Europa a parlare con una voce sola.

Il tempo degli ultimatum sta per scadere; quello della responsabilità deve ancora iniziare.