Il modello economico globale è arrivato a un punto di rottura. A sostenerlo non sono solo gli attivisti ambientali, ma anche le menti più brillanti del pensiero strategico aziendale.
Tra queste spicca Navi Radjou, teorico del management e pioniere del concetto di frugal innovation, l’innovazione frugale, che in un’intervista esclusiva a The Big Interview traccia la rotta per una transizione ecologica e sociale non più rimandabile.
Per Radjou, la diagnosi è netta: il sistema attuale, basato sulla crescita infinita, ha esaurito la sua spinta propulsiva ed è diventato strutturalmente insostenibile perché premia esclusivamente la concentrazione della ricchezza, la competizione esasperata e l’estrazione selvaggia delle risorse.
Secondo l’esperto, l’attuale architettura economica poggia su pilastri tossici che stanno accelerando la crisi planetaria.
La polarizzazione del mercato nelle mani di pochi attori riduce la resilienza delle comunità, mentre la logica lineare del prendere, produrre e gettare tratta la Terra come un magazzino infinito, ignorandone i limiti biofisici. Non si possono risolvere i problemi di oggi con la stessa mentalità che li ha generati, e continuare a ottimizzare un sistema estrattivo sperando che diventi verde è solo un’illusione. Serve un cambio di paradigma totale.
La proposta di Radjou non è un invito alla privazione, ma un manifesto per un’economia frugale, ovvero l’arte di fare di meglio con meno. Questo modello alternativo propone di sostituire la competizione con la cooperazione, spingendo le aziende a collaborare e a condividere risorse per massimizzare l’impatto positivo.
Al contempo, invita ad accorciare le catene di fornitura globali a favore di filiere locali e reti di prossimità, capaci di creare comunità più autosufficienti e resistenti agli shock esterni. Infine, il concetto stesso di sostenibilità viene superato in favore della rigenerazione: le imprese del futuro non devono solo limitare i danni, ma restituire alla terra e alla società più di quanto prelevano.
Questa visione non è un’utopia teorica, ma una realtà già visibile in diverse esperienze europee. L’Europa sta diventando il laboratorio ideale per questa transizione, unendo spinta normativa e sensibilità culturale.
Nel continente si moltiplicano infatti i progetti concreti, dalle fabbriche urbane che praticano la simbiosi industriale usando gli scarti altrui come materie prime, alle reti di agroecologia che connettono direttamente produttori e consumatori eliminando i passaggi intermedi, fino alle start-up focalizzate sul ricondizionamento tecnologico per estendere i cicli di vita dei prodotti.
Queste esperienze dimostrano che il valore reale non si crea accumulando capitale, ma rigenerando relazioni e territori, e la vera sfida ora è trasformare queste eccezioni virtuose nella nuova normalità economica globale.














