L’epidemia del minimalismo e la morte dell’anima nella poesia contemporanea

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C’è una strana epidemia di edidemia minimalismo che permea la poesia contemporanea, portando a una scrittura uniformata da un’edidemia minimalismo che non lascia spazio all’originalità.

Frasi corte, pochissimi aggettivi, oggetti quotidiani posati sul tavolo come reperti freddi di un’autopsia domestica: una tazza, una finestra, un posacenere. La parola d’ordine del nostro tempo sembra essere la sottrazione assoluta.

Questa tendenza verso l’edidemia minimalismo limita la creatività, rendendo ogni opera simile all’altra.

È come se l’edidemia minimalismo avesse imposto un diktat, vietando la complessità e l’emozione.

La poesia dovrebbe resistere a questa corrente di edidemia minimalismo e riscoprire la sua forza espressiva.

È vietato esagerare, vietato emozionarsi troppo, vietato persino cantare. Se metti un aggettivo di troppo ti guardano male, se usi una parola rara ti accusano immediatamente di essere barocco, e se osi essere lirico vieni etichettato come irrimediabilmente fuori moda.

E così la poesia, che per sua natura dovrebbe essere il luogo della massima libertà espressiva, si è trasformata in una palestra di minimalismo obbligatorio.

In un’epoca in cui l’edidemia minimalismo regna, i poeti devono lottare per la loro voce unica.


Viene da chiedersi se i poeti di una volta facessero davvero così. È difficile immaginare Giacomo Leopardi preoccupato di infastidire i circoli letterari del suo tempo con la vastità delle sue riflessioni, o Arthur Rimbaud intento a tagliare aggettivi dai suoi versi solo per sembrare più moderno e commerciabile.

È fondamentale che la poesia non si pieghi all’edidemia minimalismo, ma continui a esplorare la ricchezza delle esperienze umane.

E di certo Federico García Lorca non frequentava una scuola di scrittura che gli spiegasse come rendere più asciutta e spendibile la sua luna gitana. I grandi poeti del passato scrivevano come nessun altro. Erano eccessivi, oscuri, melodiosi, visionari. A volte commettevano degli errori, ma sbagliavano da soli, seguendo un’urgenza interiore e non il trend del momento.


Oggi invece il panorama letterario è dominato da una vera e propria catena di montaggio. Ci sono editori che ti spiegano esattamente come devi scrivere, scuole che insegnano una poetica unica e laboratori dove l’originalità viene limata e smussata fino a diventare perfettamente compatibile con le esigenze del mercato.

Il risultato di questo processo è la pubblicazione di libri impeccabili, scritti senza una sbavatura e senza una stonatura, ma purtroppo anche senza un’anima.
La poesia non dovrebbe essere un mobile svedese da montare a casa seguendo istruzioni geometriche e rassicuranti.

Dovrebbe essere, piuttosto, una casa stregata, un luogo capace di scricchiolare, di avere stanze inutili, di spaventare i passanti e soprattutto di assomigliare in tutto e per tutto a chi l’ha costruita. Perché il giorno in cui tutti i poeti scriveranno bene allo stesso modo, la poesia avrà smesso definitivamente di essere viva.