Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Quando il rispetto scompare: perché la violenza entra sempre più spesso nei rapporti quotidiani

Discussione accesa tra tre persone.

Dal pugno di Fossacesia alle aggressioni nate per motivi insignificanti. Non basta parlare di criminalità: dietro molti episodi emerge una crescente incapacità di accettare il limite, gestire la frustrazione e riconoscere l’altro, e il rispetto. E una società nella quale il conflitto diventa immediatamente scontro rischia di abituarsi alla violenza.

Un pugno, pochi secondi, una vita che può cambiare

A volte basta un istante. Una discussione, qualche parola di troppo, qualcuno che interviene per dividere due persone. Poi un pugno. Una caduta. La testa che colpisce il suolo. E quello che fino a pochi secondi prima era un banale litigio può trasformarsi in una tragedia.

È quanto accaduto nella notte tra l’8 e il 9 agosto sul lungomare di Fossacesia, in provincia di Chieti. Secondo le ricostruzioni disponibili, un uomo di cinquant’anni sarebbe intervenuto dopo essere stato avvertito di una discussione che coinvolgeva il figlio diciottenne. Avrebbe cercato di separare i ragazzi e di portare via il figlio. Un diciannovenne lo avrebbe quindi colpito al volto con un pugno. L’uomo è caduto ed è stato ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale di Pescara. Sarà la magistratura ad accertare esattamente responsabilità e dinamica dell’accaduto. Ma al di là del singolo episodio rimane una domanda molto più grande.

Perché sembra diventato così difficile fermarsi?

Perché una discussione deve trasformarsi in un’aggressione? Perché una precedenza negata, uno sguardo interpretato male, una parola, una gelosia, una partita di calcio o una serata in discoteca possono diventare occasioni di scontro? Forse il problema non riguarda soltanto la sicurezza. Riguarda il modo nel quale stiamo imparando — o disimparando — a vivere insieme.

La violenza che nasce per niente

Le cronache raccontano continuamente episodi apparentemente sproporzionati rispetto alle ragioni che li hanno provocati. Liti stradali che diventano aggressioni. Discussioni fuori dai locali che finiscono in ospedale. Ragazzi che si affrontano per uno sguardo. Genitori che litigano durante una partita dei figli. Vicini di casa che arrivano alle mani. Passeggeri che aggrediscono conducenti o controllori. Clienti che insultano lavoratori. Medici e personale sanitario minacciati mentre svolgono il proprio lavoro. Naturalmente non significa che l’intera società sia diventata violenta. E occorre resistere alla tentazione di trasformare singoli fatti di cronaca nella prova di una generale degenerazione.

I dati Istat, anzi, introducono un elemento apparentemente sorprendente: nel 2022-2023 il 76% degli italiani dichiarava di sentirsi molto o abbastanza sicuro camminando al buio nella propria zona, contro il 60,6% del 2015-2016. La questione, dunque, è più sottile. Accanto alla criminalità tradizionale esiste infatti una violenza relazionale, episodica e spesso imprevedibile, che può nascere all’interno di situazioni assolutamente ordinarie. Non sempre c’è un criminale che cerca una vittima.

Talvolta ci sono semplicemente due persone incapaci di interrompere un’escalation. Ed è forse proprio questo l’aspetto più inquietante.

Dal conflitto allo scontro

Il conflitto appartiene alla vita sociale. Due persone possono avere opinioni diverse, interessi contrapposti, caratteri incompatibili. Possono discutere, arrabbiarsi e persino offendersi. Una società civile non elimina il conflitto.

Insegna a gestirlo.

La differenza fondamentale è tutta qui. Quando viene meno la capacità di mediazione, invece, lo spazio tra provocazione e reazione diventa sempre più piccolo. Qualcuno mi manca di rispetto? Devo reagire. Qualcuno mi contraddice? Devo prevalere. Qualcuno mi guarda nel modo sbagliato? Devo dimostrare che non ho paura. È la trasformazione del confronto in una questione di forza. E quando la forza diventa lo strumento attraverso il quale riaffermare se stessi, anche una questione insignificante può assumere dimensioni enormi.

Che cosa è successo al rispetto?

Probabilmente è questa la domanda che molti si pongono osservando episodi come quello di Fossacesia: abbiamo perso il rispetto reciproco? La risposta non può essere semplicemente sì. Il rispetto non apparteneva automaticamente alle società del passato, che conoscevano forme di violenza spesso molto più tollerate di oggi. Qualcosa, tuttavia, sembra essere cambiato nel modo in cui vengono vissute le relazioni. Il rispetto presuppone una cosa apparentemente semplice: riconoscere che davanti a noi esiste un’altra persona. Una persona con diritti, dignità, fragilità e limiti esattamente come noi. Significa anche accettare qualcosa che la società contemporanea sembra tollerare sempre meno: il limite. Non possiamo avere sempre ragione. Non possiamo ottenere tutto. Non possiamo pretendere che gli altri si comportino come desideriamo. Possiamo essere contraddetti. Possiamo essere rifiutati. Possiamo perdere. Possiamo perfino sentirci offesi senza che questo ci autorizzi a trasformare l’altro in un nemico. Il rispetto comincia proprio dalla capacità di sopportare questa frustrazione.

La società dell’immediatezza

Viviamo inoltre immersi nella velocità. Comunichiamo in pochi secondi, commentiamo immediatamente, giudichiamo immediatamente, reagiamo immediatamente. La tecnologia non crea automaticamente violenza. Sarebbe una spiegazione troppo semplice. Ma l’ambiente digitale può favorire una comunicazione nella quale vengono meno alcuni dei normali freni delle relazioni faccia a faccia. Sui social si insulta qualcuno che non si insulterebbe incontrandolo per strada. Si giudica senza conoscere. Si risponde prima di riflettere. Si trasforma una discussione in una contrapposizione tra schieramenti. E soprattutto ci si abitua all’idea che ogni provocazione richieda una risposta.

Il rischio è che questa cultura della reazione immediata non rimanga confinata allo smartphone.

Quando l’altro diventa un avversario

C’è poi un’altra trasformazione da considerare. Sempre più spesso le relazioni sembrano organizzarsi secondo una logica binaria: vincere o perdere, dominare o essere dominati, avere ragione o avere torto. Ma una comunità non può funzionare permanentemente secondo questa logica. Una coppia non può vivere così. Una famiglia non può vivere così. Una scuola non può vivere così. Un luogo di lavoro non può vivere così. Una città non può vivere così. Perché la convivenza richiede continuamente compromessi, rinunce e mediazioni. Quando invece qualsiasi arretramento viene interpretato come debolezza, aumenta inevitabilmente la probabilità dello scontro.

I giovani e un segnale che non possiamo ignorare

Il problema diventa particolarmente delicato quando riguarda le generazioni più giovani. Sarebbe sbagliato descrivere i ragazzi di oggi come una generazione violenta. La grande maggioranza non lo è. I numeri, tuttavia, segnalano situazioni sulle quali è necessario interrogarsi.

L’Istat, attraverso un’indagine che ha coinvolto circa 100 mila ragazzi tra gli 11 e i 19 anni, riferisce che nel 2023 il 68,5% aveva sperimentato almeno un comportamento offensivo o violento, online oppure offline. Il 21% dichiarava episodi di bullismo ripetuti più volte al mese e l’8% con frequenza almeno settimanale.

Anche il rapporto sulla violenza giovanile richiamato nel 2026 dal portale istituzionale dedicato ai minori invita a leggere il fenomeno non soltanto in termini repressivi, ma come possibile espressione di fragilità emotive, solitudine e carenze educative e relazionali.

Sono elementi importanti perché spostano la domanda. Non soltanto: come puniamo chi commette violenza? Ma anche: come impediamo che un ragazzo arrivi a considerare la violenza una risposta possibile?

I numeri non autorizzano quindi a parlare semplicemente di una società diventata più violenta. Mostrano piuttosto qualcosa di più complesso: accanto alle forme tradizionali di criminalità emerge una conflittualità che attraversa le relazioni quotidiane e che può manifestarsi nella scuola, sui social, nei luoghi di lavoro, negli spazi della movida e persino nei luoghi di cura.

La violenza nelle relazioni: alcuni segnali da osservare

AmbitoIndicatoreDato / evidenzaCosa ci suggerisce
Bullismo e cyberbullismoRagazzi 11-19 anni che hanno subito almeno un comportamento offensivo o violento, online o offline68,5% nel 2023La prevaricazione attraversa sia le relazioni fisiche sia quelle digitali
Bullismo ripetutoRagazzi 11-19 anni che dichiarano episodi più volte al mese21%Per una parte consistente dei giovani l’aggressività non rappresenta un episodio isolato
Bullismo frequenteEpisodi subiti almeno una volta alla settimana8%Esiste una fascia esposta in maniera continuativa
Aggressioni al personale sanitarioFenomeno oggetto di monitoraggio nazionale e di specifici interventi normativiPersistente criticitàLa violenza raggiunge persino luoghi nei quali dovrebbe prevalere una relazione di cura
Violenza digitaleInsulti, minacce, umiliazioni e aggressività attraverso social e messaggisticaDimensione ormai integrata nelle relazioni giovaniliLa separazione tra conflitto online e offline è sempre meno netta
Percezione della sicurezzaPersone che si sentono molto o abbastanza sicure camminando al buio nella propria zona76% nel 2022-23, contro 60,6% nel 2015-16Non siamo necessariamente di fronte a una società complessivamente più insicura: il problema riguarda anche come si manifesta la violenza

Fonti: Istat, “Relazioni, opinioni e comportamenti dei giovanissimi”, dati 2023; Istat, “Percezione della sicurezza”, 2022-2023; fonti istituzionali sul fenomeno delle aggressioni agli operatori sanitari.

È proprio questa apparente contraddizione a meritare attenzione. Possiamo sentirci complessivamente più sicuri nel quartiere in cui viviamo e, contemporaneamente, assistere a episodi nei quali una discussione ordinaria degenera improvvisamente. Il problema non è dunque soltanto “quanta” violenza esista, ma quanto si sia abbassata, in determinate situazioni, la soglia che separa il conflitto dall’aggressione.

Il gruppo e la necessità di dimostrare qualcosa

Tra i giovani esiste poi una dinamica antica quanto l’umanità: il gruppo. Davanti agli altri diventa più difficile arretrare. Una provocazione che individualmente potrebbe essere ignorata assume un significato diverso quando qualcuno osserva. Entrano in gioco reputazione, orgoglio, bisogno di appartenenza. “Non posso tirarmi indietro.” “Non posso fare la figura di quello che ha paura.” Ed ecco uno dei paradossi più pericolosi.

La capacità di fermarsi viene interpretata come debolezza, mentre è probabilmente una delle manifestazioni più difficili della forza personale.

Andarsene da una lite richiede autocontrollo. Non rispondere a un insulto richiede sicurezza. Accettare una provocazione senza trasformarla in violenza significa essere capaci di governare se stessi. Forse dovremmo tornare a insegnarlo.

La perdita della percezione delle conseguenze

Il caso di Fossacesia contiene infine una lezione terribile nella sua semplicità. Un pugno può uccidere. Non serve un’arma. Non servono decine di colpi. Una persona colpita può perdere l’equilibrio, cadere, battere la testa contro il marciapiede o l’asfalto. In pochi secondi cambiano almeno due esistenze: quella di chi subisce il colpo e quella di chi lo ha sferrato. E intorno a loro cambiano quelle delle famiglie. È la dimostrazione più brutale di quanto possa essere enorme la distanza tra l’intenzione di un gesto e le sue conseguenze.

“Volevo soltanto dargli un pugno” non può cancellare ciò che quel pugno produce.

Ed è proprio la consapevolezza delle conseguenze che dovrebbe essere recuperata nell’educazione alla responsabilità.

Non basta chiedere più sicurezza

Davanti a episodi violenti la prima risposta richiesta è comprensibilmente quella della sicurezza: controlli, forze dell’ordine, videosorveglianza, sanzioni. Sono strumenti necessari. Ma arrivano quando il problema è già esploso. Nessuna pattuglia può essere presente accanto a ogni discussione. Nessuna telecamera può insegnare l’autocontrollo. Nessuna pena può sostituire completamente ciò che avrebbe dovuto essere costruito molto prima. La risposta deve allora riguardare anche famiglie, scuola, sport, associazioni e luoghi nei quali si formano le relazioni. Dovremmo forse dedicare alla gestione della rabbia, della frustrazione e del conflitto la stessa attenzione che riserviamo a molte competenze tecniche. Perché anche convivere è una competenza.

Il rispetto non è buona educazione: è un’infrastruttura sociale

Tendiamo spesso a considerare il rispetto una questione di buone maniere. È molto di più. È una vera infrastruttura invisibile della società. Come le strade consentono alle persone di muoversi senza scontrarsi fisicamente, il rispetto permette agli individui di convivere senza trasformare continuamente le differenze in conflitti. Quando questa infrastruttura si indebolisce, aumenta il costo sociale delle relazioni. Abbiamo bisogno di più controlli. Più sicurezza. Più tribunali. Più protezione. Più diffidenza. E progressivamente rischiamo di percepire l’altro non come qualcuno con cui condividere uno spazio, ma come una possibile minaccia.

La responsabilità comincia un secondo prima

Forse è proprio questa la riflessione che rimane dopo la notte di Fossacesia. Non sappiamo ancora quale sarà l’esito della vicenda e le responsabilità individuali dovranno essere stabilite nelle sedi appropriate. Ma sappiamo una cosa. Prima di quasi ogni gesto violento esiste un momento, magari brevissimo, nel quale sarebbe ancora possibile scegliere. Fermarsi. Abbassare la voce. Allontanarsi. Chiamare qualcuno. Lasciare perdere. Quel momento può durare pochi secondi.

Ma dentro quei secondi può esserci la differenza tra tornare a casa e finire in un ospedale, tra una discussione dimenticata il giorno successivo e un evento capace di segnare per sempre più vite. Forse il problema della violenza contemporanea comincia proprio qui: abbiamo progressivamente svalutato la capacità di fermarci.

Abbiamo confuso la forza con l’aggressività, l’autorevolezza con la prevaricazione, la libertà con il diritto di reagire a qualsiasi cosa. Recuperare il rispetto reciproco non significa allora tornare nostalgicamente a una società che probabilmente non è mai esistita. Significa costruirne una migliore. Una società nella quale insegniamo nuovamente che l’altro può pensarla diversamente, può contrariarci, può perfino offenderci, ma continua a essere una persona.

E soprattutto significa recuperare una parola che forse dovrebbe precedere persino quella di rispetto: responsabilità. Perché la civiltà, in fondo, comincia proprio nel momento in cui comprendiamo che non tutto ciò che possiamo fare deve necessariamente essere fatto. E qualche volta la scelta apparentemente più semplice — non sferrare quel pugno — può essere quella che salva una vita.