Il superamento dello “stigma” sulla salute mentale. Intervista al Dottor Angelo Capasso di Unobravo

Negli ultimi anni, il dibattito sul benessere psicologico si sta sempre di più ampliando ed evolvendo.

Prendersi cura di sé, intraprendere un percorso di crescita personale non è più un tabù. Grazie all’uso delle nuove tecnologie e dei social parlare di salute mentale è diventata una pratica che rientra nella “normalità” delle persone”. Chiedere aiuto e decidere di iniziare ad intraprendere un percorso di psicoterapia non è più oggetto di “stigma”.

Ciò è segnale che sta avvenendo un vero e proprio cambiamento culturale che sta coinvolgendo attivamente le nuove generazioni, in particolare i Millennials e la Generazione Z che si stanno rivelando più aperti e propensi a cercare un aiuto psicologico nei momenti di difficoltà o per evolvere umanamente parlando

Stiamo inoltre sempre di più assistendo ad una evoluzione della psicologia. Grazie al digitale infatti contare su un valido e professionale supporto psicologico è diventato più accessibile.  Di queste tematiche ne abbiamo parlato in maniera approfondita con il Dottor Angelo Capasso, psicologo, psicoterapeuta a orientamento sistemico- relazionale e Manager Clinico di Unobravo in questa intervista.

Dottor Capasso, nei confronti delle tematiche riguardanti la salute mentale in passato si è sempre nutrito una sorta di “stigma”. Da che cosa è alimentato secondo lei?

Potremmo dire che lo stigma nasce da quella paura antica del mistero che abita l’interno. La mente, quando si turba, diventa uno specchio rotto in cui è difficile riconoscersi e la cultura dominante ha sempre temuto ciò che non si può vedere o toccare. Forse, come essere umani, temiamo la sofferenza mentale perché temiamo l’alterità in noi stessi. Lo stigma si nutre di separazioni: sano e malato, forte e debole, brutto e cattivo. È una paura della complessità, del non lineare, del disordine che è difficile da controllare, eppure è vitale.

Perché è importante parlare di benessere psicologico al giorno d’oggi?

Perché viviamo in tempi in cui tutto corre, ma la cura di sé richiede un tempo fatto anche di pause e attese, due valori in controtendenza rispetto alla cultura egemone. Parlare di benessere psicologico significa normalizzare la fragilità e riconoscere che la salute mentale è una risorsa, non un lusso. È un invito a rallentare, ascoltarsi e trovare un equilibrio tra le richieste esterne e i bisogni interiori. In questo senso, è un tema che riguarda tutti, nessuno escluso, di scoperte, cadute e rialzate. Parlare di benessere psicologico significa riconoscere che non siamo monadi isolate, ma sistemi interconnessi. Il benessere psicologico non è uno stato, ma un processo. In un’epoca caratterizzata da stress, iperconnessione e precarietà emotiva, prendersi cura della mente è fondamentale per costruire relazioni sane e una società più consapevole.

Molti sono i contenuti sui social che diffondono tematiche riguardanti il prendersi cura della propria salute mentale. Lei come li reputa?

I social sono finestre aperte che, a volte, possono diventare specchi deformanti. Possono essere un’opportunità, se usati per condividere esperienze autentiche, per divulgare con competenza, anche se con un tono più leggero e pop. L’unica cosa a cui bisogna fare attenzione è non ridurre la complessità a slogan vuoti. Il web può favorire una cultura della cura, ma con cautela verso il rischio di trasformare la psicologia in un consumo rapido e il pericolo di banalizzare laddove serve profondità. Il racconto della fragilità deve restare denso, pieno di pieghe e ombre.

Grazie alla diffusione del supporto psicologico online come si sta evolvendo il mondo della psicologia odierna?

Si sta aprendo un territorio nuovo, dove la lontananza non è più barriera. L’online ha trasformato la psicologia in un ponte accessibile e stiamo assistendo a un cambiamento nei modelli comunicativi: la mente come rete trova nel digitale una nuova forma di connessione. Tuttavia, non tutto può essere trasportato in rete senza differenze. La sfida è costruire presenza nella distanza, ascolto oltre lo schermo. È un’evoluzione che ci chiede di imparare un nuovo linguaggio del sentire.

Quali sono gli aspetti positivi del supporto psicologico on line?

La flessibilità, la continuità, l’abbattimento delle distanze: l’online rende la cura più largamente accessibile. In un mondo tanto iperconnesso quanto frammentato il supporto psicologico senza limiti geografici è un’opportunità. Non bisogna, poi, dimenticare che ci sono persone che, senza l’opzione dell’online, non potrebbero mai avere accesso a un percorso di sostegno psicologico. Ad esempio, coloro che abitano in periferia o in aree rurali, oppure hanno ritmi di lavoro intensi, figli piccoli, impossibilità a far fronte a costi elevati.

Inoltre, sono ormai numerosissimi gli studi che provano che la terapia psicologica online sia efficace tanto quanto quella in presenza. Secondo una ricerca condotta dalla Professoressa Pais dell’Università Cattolica di Milano che ha preso in esame un campione di professionisti che collaborano con Unobravo e i loro pazienti: il percorso psicologico “da remoto” è considerato efficace quanto uno in presenza dall’85% dei professionisti e dall’88% dei pazienti. Questo dimostra che la relazione tra professionista e paziente può germogliare anche nella distanza e dare i suoi frutti. Occorre, però, ricordare che non è la tecnologia a curare, ma lo sguardo che accoglie, la parola che significa. Il digitale è lo strumento e non il fine.

Chi sono i maggiori fruitori del supporto psicologico on line?

Millennial e Gen Z, generazioni cresciute nel digitale, sono i principali fruitori. Per loro, lo spazio virtuale è reale quanto quello fisico. Questa familiarità rende l’accesso alla cura psicologica online più naturale. Siccome le circostanze plasmano il contenuto, queste generazioni vivono un contesto in cui vulnerabilità e benessere sono temi pubblici. Chiedere aiuto non è più segno di vulnerabilità, ma un atto di consapevolezza. È un cambiamento culturale profondo, una riscrittura collettiva della narrazione sulla fragilità.

Chi sono quelli ancora scettici? E come contrastare questo scetticismo?

Gli scettici appartengono spesso a generazioni cresciute nel silenzio della sofferenza, dove chiedere aiuto era un tabù e la psicopatologia era qualcosa di non dicibile. Molti percepiscono ancora il supporto online come impersonale o insufficiente, temendo che la tecnologia spogli la relazione terapeutica della sua dimensione umana. Per contrastare questa diffidenza, è fondamentale costruire narrazioni che mostrino come la relazione, anche mediata dal digitale, possa mantenere autenticità e profondità. Forse accogliere lo scetticismo è il primo passo per andare oltre di esso, attraverso la condivisione di storie di trasformazione e un’educazione emotiva che valorizzi la connessione, indipendentemente dalla distanza fisica. Il digitale non sostituisce la relazione, la trasporta in altre forme.

 Come e in che modo l’avvicinarsi al mondo della psicologia può contribuire positivamente alla costruzione del benessere psicologico personale?

Avvicinarsi alla psicologia è come imparare una nuova lingua: quella di sé e degli altri. È un viaggio dentro il proprio sistema di significati, alla ricerca di connessioni. È un percorso che non offre risposte definitive, ma nuove domande. Significa imparare a riconoscere la trama sottile che lega le esperienze, apprendere come apprendiamo, sentire come pensiamo e pensare come sentiamo. Avvicinarsi alla psicologia vuol dire anche riscoprire l’importanza dell’ascolto reciproco, aprirsi all’incertezza e accettare che la conoscenza di sé e degli altri è un processo mai concluso.