Più parole, più libertà, a presidio della democrazia

Studenti in piazza a Roma



«La distruzione del linguaggio è la premessa a ogni futura distruzione». Questa frase di Tullio De Mauro – linguista, intellettuale e tra i più grandi studiosi italiani del Novecento – suona oggi come un avvertimento profetico. Non è solo una riflessione sull’importanza delle parole, ma una denuncia implicita dei rischi che si corrono quando il linguaggio viene svilito, manipolato o impoverito. Il linguaggio non è mai solo comunicazione: è pensiero, è coscienza, è possibilità di costruire mondi e relazioni.

De Mauro non parlava solo della grammatica o del vocabolario. Parlava della capacità del linguaggio di formare cittadini consapevoli, di favorire il pensiero critico, di mantenere viva la memoria storica. La distruzione del linguaggio – intesa come perdita di precisione, riduzione del lessico, semplificazione aggressiva, abuso della propaganda – è la prima crepa nel muro della civiltà. È l’inizio del disarmo culturale, che precede qualsiasi deriva autoritaria, sociale o morale.

Quando si perdono le parole, si perdono anche le idee. Un linguaggio povero produce pensieri poveri, e un pensiero povero rende più facile accettare l’ingiustizia, l’odio, la violenza. Se le parole per dire la pace, la complessità, la solidarietà o la dignità vengono meno, allora queste realtà svaniscono anche nella pratica. È già accaduto nella storia: i regimi totalitari hanno spesso iniziato con un’operazione linguistica, svuotando le parole del loro significato originario e sostituendole con slogan, eufemismi o imposizioni verbali.

Oggi, nel tempo dei social media, della comunicazione istantanea e delle opinioni “brevi ma forti”, il rischio che De Mauro aveva individuato è più attuale che mai. L’uso smodato di semplificazioni, la violenza verbale, la disinformazione e la retorica dell’odio sono forme moderne di distruzione del linguaggio. E con esse, rischiamo di minare alla base il dialogo, il rispetto reciproco e la possibilità stessa di democrazia.

Difendere il linguaggio, allora, non è solo un compito degli studiosi o degli insegnanti. È una responsabilità collettiva. Vuol dire leggere, ascoltare con attenzione, argomentare con rigore, educare al dubbio e alla sfumatura. Vuol dire riconoscere il valore delle parole come strumenti di costruzione, non di distruzione.

La frase di De Mauro non è un semplice aforisma: è un campanello d’allarme. Sta a noi decidere se ascoltarlo o lasciarlo cadere nel vuoto. Perché da come scegliamo di parlare – e quindi di pensare – dipende molto di ciò che saremo capaci di costruire o distruggere, come individui e come società.