Quando pensiamo a una città, spesso la immaginiamo attraverso le sue strade, le sue piazze, i suoi monumenti e musei. Pensiamo a skyline iconici, a infrastrutture avveniristiche, a eventi culturali. Ma una città non è e non sarà mai solo questo.
Una città, nel suo significato più profondo, è fatta prima di tutto dalle persone che la vivono. Senza di loro, ogni spazio urbano diventa un guscio vuoto, un palcoscenico senza attori.
È da questa consapevolezza che parte la riflessione di Ada Colau, già sindaca di Barcellona per due mandati e oggi ospite del programma Feltrinelli Chair promosso dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. In un’intervista intensa e lucida, Colau ci invita a ripensare il concetto di “città di successo” alla luce delle sfide che i centri urbani contemporanei stanno affrontando: iperturismo, crisi abitativa, marginalità sociale, transizione ecologica e digitalizzazione.
Una città non è di successo perché è bella, ricca o attraente per gli investimenti internazionali – afferma Colau – ma perché garantisce una vita dignitosa a chi ci abita. E questo significa diritti: alla casa, alla salute, alla sicurezza, alla partecipazione democratica.
Le città, oggi, sono il laboratorio più dinamico e complesso del nostro tempo. Si stima che nei prossimi decenni oltre il 70% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. Questo comporta un’accelerazione di processi trasformativi che, se non governati, rischiano di amplificare disuguaglianze e tensioni sociali. L’esempio di Barcellona è emblematico: una metropoli che ha saputo essere pioniera in politiche urbane innovative, ma che ha anche sperimentato sulla propria pelle gli effetti dell’eccessiva turistificazione e della pressione immobiliare.
«Quando sono diventata sindaca, Barcellona era sull’orlo di una crisi abitativa. Il prezzo degli affitti era esploso, spinto dagli investimenti speculativi e dalle piattaforme digitali. Abbiamo dovuto agire subito per difendere il diritto all’abitare: limitando le licenze per gli affitti turistici, acquistando immobili da destinare a edilizia pubblica, e negoziando con i grandi proprietari» racconta Colau.
C’è un concetto ricorrente nel pensiero di Colau: il diritto alla città. Non si tratta solo di accesso fisico a uno spazio urbano, ma del diritto a partecipare alla sua costruzione, al suo immaginario, alle sue decisioni. In questo senso, le città non possono essere amministrate come aziende, né trasformate in vetrine globali. Devono essere spazi inclusivi, capaci di ascoltare le fragilità e di rispondere con politiche pubbliche solide e coraggiose.
«Una governance urbana che funziona è quella che mette al centro i cittadini, non i flussi di capitale. E questo vale anche per le tecnologie: la digitalizzazione deve servire a migliorare la qualità della vita, non a creare nuove forme di esclusione».
Alla luce di queste sfide, serve oggi una nuova alleanza tra città, istituzioni, comunità e attori sociali. Serve immaginare modelli di sviluppo che sappiano bilanciare crescita e giustizia, attrattività e coesione. E, soprattutto, serve ricordare che ogni decisione urbanistica, ogni progetto, ogni piano regolatore deve rispondere a una domanda semplice ma fondamentale: per chi stiamo costruendo questa città?
Ada Colau ci ricorda che una città senza persone – o, peggio, contro le persone – è una città senza futuro. E ci invita a riscoprire la dimensione umana dello spazio urbano: fatta di relazioni, di ascolto, di cura. Perché in fondo, come scriveva Italo Calvino nelle sue Città invisibili, «le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni… Ma anche, e soprattutto, di persone che la abitano».

