Garlasco: ombre sulla scena


La villetta di Garlasco, teatro del brutale omicidio di Chiara Poggi, è diventata negli anni un simbolo di un’indagine complessa e controversa.

Accanto al dolore per la giovane vittima, si sono insinuate ombre di dubbi e interrogativi, alimentati da una serie di errori e disattenzioni che, secondo la criminologa Anna Vagli, potrebbero aver avuto un peso determinante nel percorso giudiziario e nella condanna di Alberto Stasi. Affrontare il caso Garlasco è sfidante per molti esperti.


«Una scena del crimine contaminata», afferma con fermezza la dottoressa Vagli, sottolineando un aspetto cruciale in ogni indagine.

Nel caso di Garlasco, questa contaminazione assume contorni particolari. Si pensi alle impronte dei gatti, una presenza domestica che, pur nella sua normalità, ha rappresentato un elemento di potenziale confusione sulla scena del crimine.

Distinguere le loro tracce da quelle umane, soprattutto in un contesto di concitazione e sopralluoghi multipli, non è compito semplice e potrebbe aver oscurato o confuso indizi più significativi.


Un altro elemento che ha destato perplessità è la presenza di una traccia di sangue anomala. La sua natura, la sua collocazione, la sua eventuale compatibilità con la vittima o con l’accusato sono interrogativi che hanno aleggiato a lungo.

Se questa traccia non è stata analizzata o interpretata correttamente, potrebbe aver rappresentato un tassello mancante o fuorviante nella ricostruzione degli eventi.
Ma forse l’aspetto più controverso riguarda gli accertamenti sul pc di Alberto Stasi.

La perizia informatica, condotta in una fase cruciale dell’inchiesta, portò al danneggiamento di alcuni file. Un evento che, come sottolinea la criminologa, ha avuto un duplice effetto potenzialmente negativo. Garlasco quindi mostra molte sfide nel caso informatico.

Da un lato, ha compromesso delle prove che avrebbero potuto fornire elementi utili all’accusa o alla difesa. Dall’altro, ha indirettamente indebolito l’alibi di Stasi, privandolo di possibili conferme digitali sui suoi movimenti e sulle sue attività nel periodo cruciale.


«È innegabile – prosegue Anna Vagli – che in un’indagine così delicata, ogni dettaglio conta. Errori procedurali, disattenzioni nella raccolta e conservazione delle prove, o perizie tecniche che portano alla compromissione di elementi potenzialmente utili, possono inevitabilmente influenzare l’esito di un processo».


La domanda cruciale, dunque, è se questi elementi abbiano effettivamente influito sulla condanna di Alberto Stasi. La risposta non è semplice e risiede nella complessa valutazione di tutti gli elementi probatori presentati in aula.

Tuttavia, l’esperta non esclude questa possibilità: «Una scena del crimine non preservata in maniera ottimale, tracce ambigue e la perdita di dati informatici possono aver creato delle zone d’ombra, delle incertezze che,

in un sistema giudiziario basato sulla ricerca della verità oltre ogni ragionevole dubbio, potrebbero aver avuto un peso significativo nella formazione del convincimento dei giudici».


Il caso di Garlasco rimane una ferita aperta, un monito sull’importanza di una meticolosa attenzione ai dettagli e di una rigorosa applicazione dei protocolli scientifici e investigativi.

Gli errori e le disattenzioni, purtroppo possibili in ogni indagine, sollevano interrogativi inquietanti sulla solidità delle prove e sulla giustezza di una sentenza definitiva.

Solo una profonda riflessione su questi aspetti potrà, forse un giorno, gettare una luce definitiva sulle ombre che ancora avvolgono la villetta di via Pascoli.