“Empatia e cura delle relazioni si costruiscono lavorando su di sé”. Intervista alla Dottoressa Danila De Stefano, Ceo e Founder di Unobravo

La salute mentale resta ancora un tema delicato nonostante oggi ci sia molta più apertura a parlarne.

Dal lockdown ad oggi sono aumentate le richieste di aiuto psicologico. Sono soprattutto i giovani a fare ricorso ad un percorso di psicoterapia mirante alla crescita personale. Ad indurli ad intraprenderlo sono tre difficoltà che minacciano il benessere psicologico come lo stress lavorativo, le preoccupazioni economiche o abitative e i timori legati alla salute.

Questi sono alcuni dei dati che sono emersi da UnobravoMindex, il barometro del benessere mentale degli italiani, un’indagine dettagliata stilata dai professionisti di Unobravo, realtà di riferimento in Europa per l’offerta di servizi di supporto psicologico online Questo studio accurato condotto in occasione del Mese della Salute Mentale ha coinvolto sia il pubblico che i professionisti clinici. Ha esplorato tre aree, ossia la percezione della salute mentale nella società e nel discorso pubblico, le esperienze, gli ostacoli e il ruolo della terapia psicologica e la cura della mente nei luoghi di lavoro.

Dai risultati di esso è emerso che la strada per sconfiggere lo “stigma” legato alla salute mentale, la disinformazione e retaggi culturali è ancora in salita. Sull’argomento ne parliamo nel dettaglio in questa intervista con la Dottoressa Danila De Stefano, CEO e Fondatrice di Unobravo e autrice di “Dentro le menti, fuori dai tabu”, Sperling & Kupfer.

Dottoressa De Stefano, perché dopo la pandemia è aumentata l’esigenza di prendersi cura della propria salute mentale?
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I dati raccolti con l’Unobravo MINDex, il nostro primo barometro sul benessere mentale degli italiani, parlano chiaro: per il 66% degli oltre 1,600 psicologi intervistati, la domanda durante la pandemia è aumentata tra il 26 e il 50%. Per 1 su 3, quella domanda resta a tutt’oggi in costante crescita. Penso che il Covid-19 abbia fatto un po’ da spartiacque: ha acuito alcuni disagi preesistenti e ne ha fatto emergere di nuovi, mostrando a molti qualcosa che forse era già lì, ma che, fino a quel momento, avevano ignorato.

In tanti hanno potuto fermarsi e ascoltarsi, spesso per la prima volta. E lì che, con ogni probabilità, si è acceso qualcosa: la consapevolezza che prendersi cura del proprio benessere psicologico non deve essere per forza una risposta a un momento di crisi e che, anzi, può essere parte integrante della nostra quotidianità. È una pratica fondamentale per il nostro benessere, tanto quanto quella fisica.

Credo inoltre che la terapia online abbia avuto un ruolo, nel rendere più accessibile il benessere psicologico. Il cosiddetto “effetto schermo” ha aiutato molte persone ad aprirsi con più facilità, a fare il primo passo. Non è solo un’intuizione: il 71% dei terapeuti conferma che questa modalità ha giocato un ruolo essenziale nell’ampliare l’accesso al supporto psicologico.


Da dove nasce l’erronea convinzione che il disagio psicologico sia indice di debolezza?

Da uno stigma culturale profondissimo e da una cultura impregnata di “machismo”. Essere forti, in questa società, premia: ad attrarre è chi appare più forte e vigoroso, complice il fatto che siamo cresciuti con l’idea che la vera forza sia “tenere duro”, “non mollare mai”, “non piangere”. Il disagio psicologico è umano, come un dolore fisico. Nessuno direbbe che una persona con l’influenza è debole. Eppure, se una persona ha un attacco di panico, ancora oggi si vergogna. Di nuovo, non ci stiamo inventando nulla: l’81% degli intervistati per l’Unobravo MINDex ritiene che i problemi di salute mentale siano ancora oggi visti come una debolezza.  Credo che serva un cambio di paradigma – iniziare a vedere il chiedere aiuto come un gesto di forza potentissimo e di responsabilità: verso sé stessi e verso gli altri.

Cosa può comportare a lungo andare il mascherare un disagio psicologico?

La società ci allena a minimizzare il nostro disagio psicologico. Secondo il nostro ultimo studio, 4 persone su 10 si sono sentite rivolgere almeno una volta frasi come “Tutti hanno dei problemi, affrontali”. È perfettamente umano: minimizzare un problema significa renderlo meno temibile, più facile da affrontare. Ma minimizzare è l’opposto di normalizzare. Mascherare un disagio non lo fa sparire. Lo sposta.

Magari sul corpo, sotto forma di insonnia, tensioni, mal di stomaco. Nelle relazioni, generando incomprensioni, distanze, rabbia. Lo sposta nella quotidianità, creando quel senso di fatica costante che ci accompagna, anche se “va tutto bene”.

A lungo andare, questo ha un costo altissimo: in salute, in relazioni, in qualità della vita, in felicità. Ecco perché è così importante allenarci tutti a parlare di salute mentale: se tutti parliamo di qualcosa, diventa parte integrante della nostra cultura, del nostro patrimonio collettivo.

Al giorno d’oggi ad essere particolarmente compromesse sono le relazioni interpersonali. Si parla molto di relazioni tossiche e narcisismo patologico. La pandemia invece di renderci più empatici e aperti nei confronti del mondo dell’Altro ci ha reso più “ego- centrati”?

La pandemia ha toccato corde profonde: la paura, il controllo, il bisogno di protezione. Non credo abbia “creato” l’ego-centrismo, ma potrebbe aver accelerato alcuni processi già in corso. Oggi siamo iperconnessi, ma a volte emotivamente disconnessi. Il narcisismo patologico e le relazioni tossiche sono temi importanti, ma il rischio, a volte, è di usarli come etichette facili. Dietro questi comportamenti, spesso, c’è proprio ciò che temiamo: il dolore, il vuoto, la solitudine. Inoltre, il narcisismo come concetto andrebbe maneggiato con più cura e solo nei contesti appropriati.

Empatia e cura delle relazioni si costruiscono anche lavorando su di sé. Per questo la psicologia non è mai solo un atto di amore che rivolgiamo a noi stessi: è anche per le persone che abbiamo accanto.

Chi sono le persone che tendono di più a mascherare i propri disagi psicologici?

Spesso sono proprio quelle che “funzionano”. Che sorridono, che tengono tutto in piedi. Le più brave a nascondere, sono anche le più abituate a non deludere.

Penso soprattutto alle donne. Negli anni siamo diventate un po’ Wonder Woman: dobbiamo saper fare tutto, occuparsi di tutto – anche a costo di mettere da parte sé stesse. Il risultato? Si impara a mascherare il disagio psicologico meglio, ma pesa di più.

E poi i giovani. Quasi 4 su 10 tra i 18 e i 29 anni raccontano di aver dovuto fingere di stare bene, spesso ogni giorno. È la prova di quanto, ancora oggi, la vulnerabilità non sia vista come una possibilità, ma come un rischio. 

Spesso a far ricorso alla psicoterapia sono proprio le persone che hanno a che fare con persone con disagi psicologici piuttosto che quelli che li hanno e che fanno più fatica a chiedere aiuto. È vera questa tendenza?

È una dinamica che va trattata con cautela. In Italia, il ricorso alla terapia è ancora troppo spesso legato all’idea di “ultima spiaggia”, come se fosse una scelta da fare solo quando si è vicini al punto di rottura. Molte persone vivono a lungo situazioni di sofferenza senza chiedere aiuto, aspettando di toccare un limite. Chi sta accanto a chi soffre, invece, a volte sente prima il bisogno di un sostegno. Più in generale, credo che ci sia ancora poca cultura del benessere mentale a 360°. Serve più educazione alla prevenzione, più consapevolezza che prendersi cura della propria mente non è un fallimento, ma un gesto d’amore verso se stessi.
Come Unobravo si impegna a superare tutti gli stereotipi e i tabù legati alla salute mentale?

Unobravo è nato da un’esperienza personale, ma anche da una convinzione profonda: la salute mentale è parte integrante del nostro benessere e dobbiamo smettere di considerarla un lusso, un tabù o qualcosa da nascondere. Siamo un’organizzazione fondata da una psicologa, guidata dalla qualità clinica e orientata a un obiettivo chiaro: aprire la strada a una nuova idea di salute mentale – più accessibile e parte integrante della vita di ogni giorno.

Superare gli stereotipi significa cambiare le parole, i gesti, le immagini con cui parliamo di psicologia. Ma significa anche agire in modo concreto: offrire un’esperienza davvero centrata sulla persona, attraverso processi semplificati e un percorso psicologico sartorializzato, su misura dei bisogni di chi lo inizia. Oggi Unobravo è il servizio leader italiano di psicologia online, e stiamo crescendo con responsabilità anche in Europa, portando avanti la nostra visione: creare un mondo in cui prendersi cura della propria salute mentale sia la norma. Lo facciamo ogni giorno attraverso campagne, dati, progetti educativi. Crediamo in una cultura della prevenzione, in cui il supporto psicologico diventi una scelta proattiva e continuativa, anche nel mondo del lavoro. E ci impegniamo per offrire non solo un servizio di qualità per chi cerca aiuto, ma anche un contesto di crescita, formazione continua e strumenti avanzati per i nostri psicologi

Il nostro “new normal” parte da qui.