Harvard 2025: venite da tutto il mondo

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La cerimonia di laurea ad Harvard ha assunto quest’anno un significato politico inedito.

Con Donald Trump insediato alla Casa Bianca per il suo secondo mandato, e nel pieno delle tensioni tra l’amministrazione presidenziale e le istituzioni accademiche, il discorso del rettore Alan Garber e le parole dello studente Thor Reimann hanno trasformato il celebre campus. Si è trasformato in un inatteso epicentro del dibattito nazionale.

Il rettore Garber, pur evitando di menzionare esplicitamente il Presidente Trump, ha pronunciato un discorso. Questo è stato universalmente interpretato come una velata ma chiara risposta alle critiche e agli attacchi spesso rivolti dal tycoon al mondo dell’istruzione superiore.

“Componenti della classe del 2025, da dietro l’angolo, da ogni parte del Paese e da tutto il mondo… proprio come dovrebbe essere”, ha esordito Garber nel suo messaggio di benvenuto ai laureandi, tra gli applausi scroscianti dei presenti.

L’enfasi sulla diversità e l’inclusione, valori spesso messi in discussione nell’attuale clima politico, non è passata inosservata.

Garber ha poi spinto i neolaureati a una profonda riflessione sulla flessibilità intellettuale e sull’apertura mentale. Ha suggerito loro di essere pronti ad “allargare il proprio modo di pensare” e, crucialmente, a “cambiare idea in corso d’opera”. Questo è un monito alla mente aperta e alla capacità di adattamento in un mondo in rapida evoluzione. Il suo discorso si è concluso con un incoraggiamento potente:

“La mia speranza per voi, membri della Classe del 2025, è che restiate a vostro agio nell’essere a disagio”

Un invito a confrontarsi con l’incertezza e a crescere attraverso le sfide, che ha risuonato profondamente tra i partecipanti.

Dopo il rettore, è stata la volta di Thor Reimann, portavoce della Classe del 2025, le cui parole hanno messo in luce la particolare congiuntura storica in cui i laureandi si trovano.

“Lasciamo un campus molto diverso da quello che abbiamo trovato al nostro arrivo, con Harvard al centro di una battaglia nazionale sull’istruzione superiore in America”

ha dichiarato Reimann, riconoscendo apertamente il ruolo dell’università nel più ampio scontro culturale e politico.

Nonostante le imperfezioni, Reimann ha ribadito un profondo senso di orgoglio e la convinzione che i principi fondamentali di Harvard valgano la pena di essere difesi.

“La nostra università chiaramente non è perfetta, ma sono orgoglioso di stare accanto ai laureandi, al nostro corpo docente e al nostro presidente con la convinzione condivisa che questo progetto in continuo divenire, ‘Veritas’, valga la pena di essere difeso”, ha aggiunto. Si riferisce al celebre motto latino di Harvard, che significa “verità”.

Le sue parole hanno sottolineato l’impegno della comunità universitaria nel sostenere la ricerca della verità e l’integrità accademica. Questi sono valori che spesso si trovano sotto attacco in un’era di polarizzazione e “fake news”.

In un anno in cui il presidente degli Stati Uniti è Donald Trump, la cerimonia di laurea di Harvard è andata oltre la semplice celebrazione accademica. Si è trasformata in una piattaforma significativa per esprimere principi e difendere valori in un contesto politico sempre più complesso e controverso.

I discorsi di Garber e Reimann, pur con stili diversi, hanno inviato un messaggio chiaro. Le istituzioni accademiche, e in particolare Harvard, sono pronte a difendere la loro autonomia e i loro ideali in un’America sotto l’influenza di un’amministrazione che spesso vede il mondo dell’istruzione superiore con sospetto.