Il Realismo di Meloni contro il Folklore di Salvini
La destra italiana si ritrova a vivere un paradosso identitario, divisa tra la necessità di governare la storia e la tentazione di rifugiarsi in vecchi slogan.
Da una parte c’è il tentativo di Giorgia Meloni di costruire un “sovranismo di sistema”, dall’altra il ritorno di Matteo Salvini a una “chincaglieria nazionalista” che sembra uscita direttamente da un archivio degli anni Novanta.
Il leader della Lega ha scelto di rispolverare il vecchio slogan di Umberto Bossi, quel “padroni a casa nostra” che un tempo incendiava le piazze del Nord e che oggi suona come il rintocco di un campanile in una metropoli globalizzata.
È un messaggio che tradisce l’incapacità di uscire da un vicolo cieco ideologico: la pretesa di risolvere sfide epocali dall’energia alla sicurezza, fino ai flussi migratori chiudendo il cancello di un giardino che non è più protetto da mura, ma da connessioni satellitari e mercati internazionali.
Questa retorica muscolare, fatta di simboli e slogan usurati, rischia di trasformare la politica in un mercatino dell’usato identitario, rassicurante per una base nostalgica ma del tutto ininfluente nei tavoli dove si decide il futuro del continente.
Di segno opposto appare la traiettoria della premier. Giorgia Meloni sembra aver compreso che l’unica “ridotta” possibile per non essere schiacciati è proprio quella dell’Unione Europea.
Il suo recente confronto con Emmanuel Macron non è stato solo un atto diplomatico, ma una scelta di campo obbligata. In un mondo accerchiato dall’ombra lunga di Vladimir Putin a Est e dall’imprevedibilità del ritorno di Donald Trump a Ovest, l’Italia non può permettersi il lusso dell’isolamento.
La Meloni sta cercando di traghettare il sovranismo verso una forma di pragmatismo continentale: meno urla contro Bruxelles, più peso dentro Bruxelles. È la consapevolezza che la sovranità, oggi, o è europea o non è.
Il contrasto è plastico: da una parte la ricerca di un ruolo da protagonista nella “fortezza Europa”, dall’altra il ripiegamento su un regionalismo mascherato da patriottismo che non offre soluzioni, ma solo colpevoli. Se la premier punta alla strategia, il suo vice-premier sembra ancora prigioniero della tattica elettorale.
Ma nel grande risiko della geopolitica attuale, le bandiere agitate per un like in più pesano molto meno della capacità di sedersi al tavolo dei grandi senza essere considerati gli invitati scomodi.
La destra italiana è dunque a un bivio: diventare la classe dirigente di un’Europa che cambia o restare la custode di una chincaglieria politica destinata a impolverarsi.
