Addio a Pippo Baudo: muore un’icona e con lui, la nostra infanzia





È morto Pippo Baudo, il volto che ha plasmato l’intrattenimento italiano per decenni. Da Sanremo a Domenica In, ha fatto la storia della televisione, diventando il massimo esponente di un genere nazional-popolare che oggi sembra un ricordo lontano. Il conduttore si è spento all’età di 89 anni, dopo aver condotto ben tredici edizioni del Festival della Canzone Italiana.




Questa Pippo non ce la dovevi fare. Se la scomparsa di Mike Bongiorno ha lasciato un vuoto nel mondo dei quiz, con l’addio di Baudo se ne va l’archetipo del presentatore, “il nuovo che avanza di continuo perché sta fermo”, come lo definì il critico Aldo Grasso. Per oltre quarant’anni, ha dimostrato una versatilità incredibile: intrattenere, dialogare, improvvisare e gestire l’imprevedibile, sempre con un’imperturbabile maestria.



Alto, elegante, con una falcata ampia, Pippo Baudo era un talento naturale. Laureato in legge, ma con la musica nel sangue, capì fin da giovane che il suo destino era sul palco. Organizzava la scena, si faceva notare e lanciava talenti. Il suo esordio in Rai, nel 1966, con il quiz musicale Settevoci, fu un successo immediato. Con un orecchio sopraffino, mescolava veterani, nuove promesse e concorrenti sconosciuti, creando un vero e proprio “interclassismo baudesco” che conquistò il pubblico.




La sua carriera decollò in fretta. Nel 1968 era già alla guida di Sanremo e da lì, il suo regno si estese. Con la finale del Festival del 1987, che vide la vittoria di Morandi, Ruggeri e Tozzi con Si può dare di più, toccò il picco di oltre 17 milioni di spettatori, un record assoluto. Il 1979 fu l’anno della svolta: dopo il successo di Luna Park, sostituì Corrado a Domenica In, trasformando uno spazio ancora inesplorato in una vetrina cruciale per la televisione italiana.




Baudo era un maestro nel creare l’evento, nel suscitare dibattito e a volte scandalo. Il monologo di Beppe Grillo, la gag del Trio Solenghi-Lopez-Marchesini su Khomeini, o l’esibizione di un giovane Vasco Rossi in diretta, erano tutti momenti orchestrati per generare clamore.




La televisione di Pippo Baudo era fatta di rischi calcolati e momenti destinati a restare nella memoria collettiva. Il suo Fantastico divenne il varietà per eccellenza, un mix di ballo, canto, comicità e ospiti internazionali che è servito da modello per decenni.
Nel 1992, tornò a Sanremo con l’intento di rivoluzionarlo. E ci riuscì.




Trasformò il Festival in un vero e proprio show, un modello che ancora oggi ne risente. Furono gli anni delle sue scoperte: da Laura Pausini a Andrea Bocelli e Giorgia. Nel 1995, la sua prontezza e umanità diventarono leggenda durante il tentativo di suicidio di Pino Pagano, un momento di altissima tensione gestito con un’umanità che andava oltre il copione televisivo.




E come dimenticare il tocco di genio del 1996, quando portò sul palco dell’Ariston Elio e le Storie Tese con La terra dei cachi, un brano dissacrante e geniale che Pippo, con un amorevole abbraccio, seppe esaltare e ironizzare.




Gli anni Duemila hanno segnato il suo graduale ritiro dalle scene. La televisione stava cambiando, diventando più settaria e meno “generalista”. E con lui, se ne va anche quel certo immaginario collettivo degli anni ’80. Un’epoca di certezze e di una televisione che non si sgretolava, che era un punto di riferimento, una rassicurante guida in un mondo che sembrava più semplice.




Oggi, viviamo immersi in un relativismo etico e televisivo che frana e non sa dove andrà a parare, che si autoassolve per la sua stessa pochezza valoriale.




Con la scomparsa di Pippo Baudo, non perdiamo solo un conduttore, ma un pezzo della nostra infanzia, un simbolo di quella sicurezza televisiva che oggi non esiste più. Muore con lui l’epoca d’oro di Fantastico, di Sanremo, di Domenica In, e la certezza che la TV potesse unire un paese intero, seduto sul divano, attorno a un’unica, grande storia.