Il piano di pace in 20 punti per Gaza, recentemente svelato dall’allora Presidente degli Stati Uniti Donald Trump in una conferenza congiunta con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha scatenato un acceso dibattito globale che va ben oltre la crisi mediorientale.
Sebbene presentato come una svolta per una pace duratura, per molti esperti di diritto internazionale e osservatori politici, questo documento non è altro che una pietra tombale sui principi e le convenzioni che avrebbero dovuto regolare i rapporti tra gli Stati per secoli.
Il punto centrale della critica non risiede solo nei dettagli controversi dell’accordo – come il rilascio ineguale di prigionieri, l’amnistia selettiva per i membri di Hamas o l’esclusione di Hamas dalla futura governance di Gaza – ma nella sua stessa struttura filosofica e legale.
L’accusa principale è che il piano sancisce, su carta, il primato della legge del più forte, sia essa economica che militare, mettendo in discussione i principi codificati negli ultimi cento anni, in particolare le Convenzioni di Ginevra e la Carta delle Nazioni Unite.
Tradizionalmente, il diritto internazionale si basa su concetti come:
Sovranità degli Stati: Il diritto di ogni nazione di autogovernarsi.
Uguaglianza tra gli Stati: Il principio secondo cui le nazioni, grandi o piccole, godono di pari diritti legali.
Di fronte a un conflitto come quello di Gaza, in cui una parte è dotata di una potenza militare e di un sostegno internazionale nettamente superiore, un accordo di pace dovrebbe idealmente fungere da meccanismo di bilanciamento, garantendo che i diritti fondamentali della popolazione più vulnerabile non vengano calpestati.
Invece, l’impostazione del piano sembra istituzionalizzare uno squilibrio di potere preesistente, anziché correggerlo in nome della giustizia e del diritto.
Molti analisti evidenziano come diversi punti del piano presentino condizioni asimmetriche che favoriscono esplicitamente una delle parti, in particolare Israele, vendendo di fatto ai palestinesi diritti che già dovrebbero possedere in base al diritto internazionale.
Smilitarizzazione e Governance: La richiesta perentoria di smantellare tutte le infrastrutture militari di Hamas e l’esclusione totale del movimento dalla futura governance di Gaza sono viste non come condizioni negoziabili, ma come una resa imposta.
Sebbene la smilitarizzazione sia un obiettivo auspicabile per la pace, la sua imposizione unilaterale, accompagnata da una transizione amministrativa guidata da un organismo internazionale sotto la presidenza di Trump, solleva interrogativi sulla vera autodeterminazione della popolazione di Gaza.
Aiuti e Ricostruzione: Sebbene il piano prometta aiuti immediati e la ricostruzione di Gaza, l’associazione di tale ripristino delle infrastrutture (acqua, elettricità, ospedali) all’accettazione dell’accordo è percepita come una forma di condizionamento umanitario.
La fornitura di beni essenziali in tempi di guerra dovrebbe essere un obbligo umanitario incondizionato, non una merce di scambio politica.
La vera preoccupazione, tuttavia, risiede nel precedente che un simile piano potrebbe creare.
Se un accordo di pace viene accettato dalla comunità internazionale pur essendo percepito come una legalizzazione dei risultati ottenuti con la forza – o, peggio, come una mera imposizione della volontà del mediatore e della parte più forte – si apre una crepa significativa nella credibilità del sistema legale internazionale.
Questo modello suggerisce che la forza bruta e la capacità di resistenza politica sono i veri arbitri delle controversie internazionali, rendendo obsolete le lunghe negoziazioni basate sulla risoluzione delle Nazioni Unite e sulle norme del diritto consuetudinario.
Si tratta di un passo indietro verso una visione delle relazioni internazionali in cui la Realpolitik e l’interesse nazionale, definiti unilateralmente, prevalgono sulla necessità di un ordine mondiale basato su regole condivise.