L’articolo di Pellizzetti muove da una tesi radicale: il declino attuale dell’Italia, caratterizzato da servizi pubblici anemizzati, precarietà lavorativa e disoccupazione giovanile cronica, non è un accidente della storia, ma il risultato di una strategia deliberata iniziata negli anni ’90.
L’autore identifica in Prodi e Draghi i “capibranco” di una stagione che ha visto la cessione della “gioielleria di Stato” (banche, telecomunicazioni, autostrade, quote di Eni ed Enel) a un ristretto nucleo di “accaparratori”.
Romano Prodi viene criticato per il suo ruolo alla guida dell’IRI. In particolare, viene criticato per aver avviato il processo di smantellamento del sistema delle partecipazioni statali.
Mario Draghi viene ricordato per il suo ruolo tecnico al Tesoro (la celebre riunione sul panfilo Britannia nel 1992). Inoltre, viene ricordato per aver gestito operativamente le grandi cessioni.
Il punto focale non è solo economico, ma anche morale. Pellizzetti parla di una “svendita della coscienza”.
Il prestigio delle istituzioni sarebbe stato scambiato con l’affarismo.
Citando Albert Camus, l’autore si chiede: “Chi giustificherà i fini?”. Se il fine era il risanamento dei conti per entrare nell’Euro, il risultato è stato, secondo l’autore, la perdita della sovranità economica. Inoltre, si è avuto l’impoverimento dei servizi (sanità, mobilità, pensioni).
L’articolo evidenzia un paradosso: mentre si prometteva efficienza attraverso i privati, oggi ci troviamo con servizi pubblici degradati. Inoltre, oggi il mercato del lavoro vede i nuovi posti quasi solo agli over 50, lasciando i giovani ai margini.
L’articolo di Pellizzetti è un esempio di critica neostatalista che riflette un sentimento diffuso di disillusione verso il neoliberismo. Tuttavia, per un’analisi completa occorre contestualizzare le scelte di quel periodo.
È un dato di fatto che molte privatizzazioni non abbiano creato vera concorrenza. Invece, hanno trasformato monopoli pubblici in monopoli privati (si pensi al caso Autostrade/Benetton), spesso con tariffe più alte e minori investimenti.
Lo Stato italiano ha effettivamente perso strumenti di politica industriale. Per questo, è diventato un attore passivo nei mercati globali.
Il passaggio di figure come Draghi o Prodi da ruoli pubblici a consulenze in grandi banche d’affari (Goldman Sachs) alimenta il sospetto di un “conflitto d’interessi sistemico” tra politica e finanza internazionale.
Prodi e Draghi operarono in un’Italia sull’orlo del default finanziario. La Lira usciva dallo SME e c’era un debito pubblico fuori controllo. Di conseguenza, le privatizzazioni erano, all’epoca, viste come l’unico modo per dare credibilità internazionale al Paese. Inoltre, servivano ad abbattere il debito.
La “svendita” era il biglietto d’ingresso per l’Unione Monetaria. Senza quelle manovre, i sostenitori di Prodi e Draghi argomentano che l’Italia sarebbe finita come l’Argentina o la Grecia pre-Troika.
Il sistema delle partecipazioni statali degli anni ’80 era spesso un covo di clientelismo e perdite miliardarie ripianate con le tasse dei cittadini. Inoltre, la privatizzazione era presentata come una “cura” contro la corruzione politica.
L’articolo di Pellizzetti segna un momento di revisionismo storico molto forte. Negli anni ’90 Draghi e Prodi erano celebrati come i “salvatori della patria” che portavano l’Italia nella modernità europea. Tuttavia, oggi vengono riletti come i liquidatori di un patrimonio collettivo.
La “catastrofe etica” di cui parla l’autore risiede nel fatto che la politica ha smesso di essere il luogo della scelta sociale. In seguito, essa è diventata un semplice ufficio di gestione contabile al servizio dei mercati.
