Il 26 giugno si celebra la Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di stupefacenti, istituita dalle Nazioni Unite per promuovere prevenzione, cura e cooperazione internazionale nella lotta alle dipendenze.
Oggi il fenomeno delle sostanze d’abuso continua a rappresentare una delle principali sfide sanitarie globali, richiedendo un approccio fondato sulle evidenze scientifiche e sulla presa in carico multidisciplinare della persona. Ne abbia parlato con la dottoressa Beatrice Casoni, medico Psichiatra presso il Poliambulatorio ErreEsse di Ferrara.
Dottoressa Casoni, perché le dipendenze da sostanze sono considerate una malattia del cervello?
Le neuroscienze hanno dimostrato che l’uso ripetuto di sostanze altera i circuiti cerebrali coinvolti nella gratificazione, nella motivazione, nel controllo degli impulsi e nei processi decisionali. La dipendenza non può quindi essere interpretata come una semplice mancanza di volontà, ma come una patologia cronica e recidivante caratterizzata da modificazioni neurobiologiche che influenzano il comportamento della persona.
Quali sono oggi le principali conseguenze psichiatriche associate all’uso di droghe?
Le sostanze stupefacenti possono provocare o aggravare numerosi disturbi mentali. Tra i più frequenti troviamo depressione, disturbi d’ansia, attacchi di panico, alterazioni del sonno e deficit cognitivi. Alcune sostanze, soprattutto se assunte precocemente e in modo continuativo, possono aumentare il rischio di sviluppare sintomi psicotici in soggetti predisposti. È inoltre molto frequente la compresenza di dipendenza e disturbi psichiatrici, una condizione definita “doppia diagnosi”, che richiede percorsi terapeutici altamente specializzati.
Quali sono i trattamenti raccomandati dalla comunità scientifica?
Le linee guida internazionali indicano che il trattamento delle dipendenze deve essere personalizzato e multidimensionale. Gli interventi con maggiore evidenza scientifica comprendono la psicoterapia cognitivo-comportamentale, il colloquio motivazionale, i programmi di riabilitazione psicosociale e, quando indicato, le terapie farmacologiche. Fondamentale è anche il coinvolgimento della famiglia e della rete sociale del paziente, poiché la dipendenza non colpisce soltanto l’individuo ma l’intero contesto relazionale.
Negli ultimi anni si parla sempre più di stimolazione magnetica transcranica. Di cosa si tratta?
La stimolazione magnetica transcranica ripetitiva, o rTMS, è una tecnica non dolorosa e non invasiva che utilizza campi elettromagnetici per modulare l’attività di specifiche aree cerebrali. È già impiegata in diversi ambiti della psichiatria, in particolare nel trattamento della depressione resistente, del disturbo ossessivo-compulsivo e del dolore cronico neuropatico. Negli ultimi anni numerosi studi hanno evidenziato benefici anche in altre patologie come le demenze da Alzheimer, la riabilitazione post ictus, la fibromialgia e anche nei disturbi da uso di sostanze.
Quali risultati stanno emergendo dalla ricerca?
Le evidenze scientifiche più recenti suggeriscono che la rTMS contribuisce a ridurre il craving, cioè il desiderio compulsivo di assumere la sostanza, intervenendo sui circuiti cerebrali coinvolti nei meccanismi della ricompensa e dell’autocontrollo intervenendo come trattamento complementare all’interno di programmi terapeutici integrati.
Quanto conta la prevenzione?
La prevenzione rimane il più efficace strumento di salute pubblica. Le evidenze mostrano che programmi educativi, il rafforzamento delle competenze emotive nei giovani e l’identificazione precoce dei fattori di rischio possono ridurre significativamente la probabilità di sviluppare comportamenti di abuso. È fondamentale investire nell’informazione corretta, contrastando stigma e disinformazione.
Dobbiamo superare l’idea che la dipendenza sia una colpa. È una patologia che può essere prevenuta, trattata e curata. Le persone che soffrono di un disturbo da uso di sostanze devono poter accedere tempestivamente a percorsi terapeutici basati sulle evidenze scientifiche, senza paura del giudizio. Ricerca, prevenzione e innovazione terapeutica rappresentano oggi le armi più efficaci per affrontare questa sfida globale.












