Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Ranucci-Lavitola, Rampelli attacca: “Sigfrido sapeva?”. Il legale del giornalista: “Teatro della follia”

Uomo serio in studio televisivo.

Nuovo scontro politico e giudiziario intorno al caso dell’attentato a Sigfrido Ranucci. Dopo l’interrogatorio di garanzia di Valter Lavitola, che secondo quanto riferito avrebbe ammesso davanti al gip di essere stato il mandante dell’attentato al giornalista, arriva il duro intervento di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera dei deputati ed esponente di Fratelli d’Italia.

Rampelli, attraverso le sue piattaforme social, ha commentato le dichiarazioni attribuite a Lavitola, definendo “bislacca e criminale” la tesi secondo cui l’azione sarebbe stata compiuta per tutelare l’incolumità del conduttore di Report e per far innalzare il suo livello di protezione.

Alla presa di posizione politica ha risposto, sul piano giudiziario e difensivo, l’avvocato Roberto De Vita, legale di Sigfrido Ranucci. Il penalista ha parlato di una confessione che “lascia sgomenti” e che confermerebbe, se il movente fosse quello riportato, un “delirante teatro della follia”.

Rampelli: “Tesi bislacca e criminale”

Il punto centrale della polemica riguarda la spiegazione attribuita a Valter Lavitola. Secondo quanto emerso dopo l’interrogatorio, Lavitola avrebbe sostenuto di aver agito per proteggere Ranucci, ritenuto esposto a pericolosi tentativi di aggressione.

Rampelli contesta duramente questa ricostruzione. Nel suo intervento social, il vicepresidente della Camera paragona la logica indicata da Lavitola a condotte criminali presentate come presunte forme di protezione.

Il ragionamento di Rampelli è netto: non si può giustificare un attentato sostenendo che sarebbe stato compiuto per garantire maggiore sicurezza alla persona colpita. Per l’esponente di Fratelli d’Italia, una simile spiegazione non attenuerebbe la gravità dei fatti, ma ne renderebbe ancora più inquietante la cornice.

La domanda politica: “Ranucci sapeva?”

Nel suo intervento, Rampelli pone anche una domanda destinata ad alimentare il dibattito pubblico: Sigfrido Ranucci era consapevole di queste presunte “attenzioni” da parte di Lavitola?

È una domanda politica, non una conclusione giudiziaria. Proprio per questo, nel trattare la vicenda, resta essenziale distinguere tra dichiarazioni, ipotesi, accuse e accertamenti processuali. La magistratura dovrà valutare la credibilità della confessione, il movente indicato e l’eventuale ruolo di altre persone.

Rampelli, però, utilizza il caso per attaccare anche alcuni ambienti mediatici e politici, accusati di silenzio davanti a quello che definisce “fuoco amico”. Il riferimento è alla relazione personale tra Lavitola e Ranucci, già finita al centro delle polemiche.

Il legale di Ranucci: “Confessione lascia sgomenti”

Di segno diverso la lettura dell’avvocato Roberto De Vita, legale di Sigfrido Ranucci. Il penalista sottolinea che la confessione attribuita a Lavitola, se fondata sul movente riportato, confermerebbe un quadro del tutto irrazionale.

“La confessione di cui apprendiamo lascia sgomenti”, afferma De Vita, parlando di un “delirante teatro della follia”. Secondo il legale, l’idea che l’attentato potesse servire a innalzare la protezione di Ranucci sarebbe difficilmente sostenibile, anche alla luce di un dato già noto: il giornalista vive sotto scorta ininterrottamente dal 2021.

Ranucci sotto scorta dal 2021

Uno degli elementi richiamati dalla difesa di Ranucci riguarda proprio la protezione già garantita al giornalista. De Vita ricorda che il conduttore di Report ha la scorta dal 2021, confermata negli anni a causa della gravità delle minacce di morte ricevute.

Si tratta, sottolinea il legale, di valutazioni effettuate dagli organi competenti del ministero dell’Interno. Per questa ragione, l’eventuale movente legato alla volontà di far aumentare la protezione del giornalista apparirebbe, secondo la difesa, privo di logica concreta.

Il legale aggiunge inoltre che la popolarità di Ranucci era già molto elevata, sia in Italia sia all’estero. Anche questo elemento viene utilizzato per ridimensionare l’ipotesi secondo cui l’azione avrebbe avuto lo scopo di accrescere visibilità o attenzione mediatica intorno al giornalista.

“Un conto è la confessione, altro la sua credibilità”

Roberto De Vita invita comunque alla prudenza. Il penalista chiarisce che una cosa è la confessione, altra cosa è la valutazione della sua credibilità.

Questo passaggio è decisivo. Nel procedimento giudiziario, le dichiarazioni rese da Lavitola dovranno essere vagliate dagli inquirenti e dal giudice. Non basta un’ammissione per chiudere il quadro: occorre verificarne coerenza, riscontri, movente, eventuali contraddizioni e possibili implicazioni.

Il caso resta dunque aperto e complesso. L’ammissione attribuita a Lavitola rappresenta un passaggio importante, ma non esaurisce l’indagine né chiarisce automaticamente tutti gli aspetti della vicenda.

Il caso diventa terreno di scontro politico

La vicenda Ranucci-Lavitola si muove ormai su due piani paralleli. Da un lato c’è il procedimento giudiziario sull’attentato al giornalista. Dall’altro c’è lo scontro politico, con Fratelli d’Italia che chiede chiarimenti sui rapporti tra Ranucci e Lavitola e con la difesa del giornalista che respinge ogni lettura ambigua del movente.

Il ruolo pubblico di Ranucci, volto storico di Report, rende il caso ancora più sensibile. Ogni sviluppo dell’inchiesta si riflette inevitabilmente sul dibattito intorno al giornalismo d’inchiesta, alla Rai, alla sicurezza dei cronisti minacciati e ai rapporti tra politica e informazione.

Una vicenda ancora da chiarire

L’intervento di Fabio Rampelli e la replica del legale di Ranucci confermano che il caso resta tutt’altro che chiuso. La confessione attribuita a Lavitola apre nuovi interrogativi, ma sarà la magistratura a dover stabilire la reale consistenza delle dichiarazioni e il loro peso processuale.

Per ora, il dato politico è evidente: l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci continua a generare tensioni, accuse e richieste di chiarimento. Sullo sfondo restano la figura di Lavitola, il movente indicato e la domanda rilanciata da Rampelli: Ranucci era consapevole di quanto Lavitola sostiene di aver fatto?