L’ordine liberale internazionale, quel complesso sistema di regole, alleanze e istituzioni nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, non è più in crisi: è finito.
È questa la tesi centrale che emerge dall’analisi lucida e spietata di Vittorio Emanuele Parsi, politologo dell’Università Cattolica, nell’intervista rilasciata a Federica Fantozzi.
Secondo Parsi, il mondo sta scivolando verso un’era di instabilità strutturale, guidata da leader che hanno barattato la visione strategica a lungo termine con la sopravvivenza politica immediata.
Il titolo dell’intervista non lascia spazio a interpretazioni: Donald Trump e Benjamin Netanyahu sono indicati come i principali “demolitori” dell’architettura mondiale.
Sebbene provenienti da contesti diversi, entrambi avrebbero agito seguendo una logica di erosione delle norme internazionali:
L’approccio di Trump: Una politica estera transazionale, che ha messo in discussione la coesione della NATO e il ruolo degli Stati Uniti come garante della stabilità globale.
Una gestione del conflitto mediorientale che, secondo Parsi, ha privilegiato la forza militare rispetto a qualsiasi soluzione diplomatica sostenibile, contribuendo a delegittimare ulteriormente il diritto internazionale.
La diplomazia perde terreno a favore della forza bruta. “L’unica opzione che hanno è menare le mani”, osserva Parsi, descrivendo un panorama dove il dialogo è sostituito dall’escalation militare.
L’analisi si sposta poi sul confronto tra Washington e Teheran. Nonostante le sanzioni e le tensioni militari, Parsi sottolinea alcuni punti fondamentali:
Nessun vincitore reale: Tra Iran e Stati Uniti non c’è una vittoria definitiva all’orizzonte. Il conflitto si trascina in una zona grigia di logoramento.
Contrariamente ad alcune analisi occidentali, il regime degli Ayatollah appare ancora saldo. La pressione esterna non si è tradotta in un collasso interno, ma ha irrigidito le posizioni di potere.
L’osservazione più provocatoria di Parsi riguarda il nuovo baricentro dell’ordine mondiale. Se l’Occidente ha smesso di essere il custode delle regole che esso stesso ha creato, qualcun altro deve occupare quel vuoto per evitare il caos assoluto.
“Solo la Cina tiene in piedi un ordine mondiale, quello occidentale è finito.”
Mentre gli Stati Uniti sembrano ritirarsi verso un isolazionismo selettivo o un interventismo disordinato, Pechino si propone come il nuovo pilastro della stabilità sistemica, pur con i suoi standard e interessi.
La Cina ha bisogno di un mondo funzionante per la sua crescita economica, un interesse che paradossalmente la rende più “conservatrice” rispetto allo status quo di quanto lo siano oggi alcune democrazie occidentali.
Le conseguenze di questo sfaldamento non sono solo teoriche, ma avranno un impatto diretto sulle tasche dei cittadini e sulle economie nazionali. Un esempio concreto è la sicurezza delle rotte marittime.
Parsi avverte che il declino dell’influenza occidentale porterà a una frammentazione della sicurezza globale: “Finirà che pagheremo per tenere aperto Hormuz”.
Se gli Stati Uniti smetteranno di garantire la libera navigazione come “bene pubblico” globale, gli attori regionali e internazionali dovranno farsi carico di costi immensi per proteggere i propri approvvigionamenti energetici e commerciali.
La fine dell’ordine occidentale non è un evento futuro, ma un processo già compiuto. Resta da capire se l’umanità sarà in grado di costruire una nuova architettura prima che l’assenza di regole porti a un incendio globale fuori controllo.