L’ipotesi di un pedaggio per il transito nello Stretto di Hormuz rappresenta una delle sfide più complesse per l’ordine marittimo globale del 2026.
Al centro della disputa si trova il contrasto tra la sovranità rivendicata dall’Iran sulle proprie acque territoriali e il regime giuridico internazionale stabilito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS).
Sebbene l’Articolo 38 della Convenzione garantisca il “diritto di passaggio in transito” un principio che impone la libera navigazione e l’assoluta gratuità per le navi commerciali negli stretti internazionali Teheran sfrutta il fatto di non aver mai ratificato formalmente il trattato per giustificare l’imposizione di una tassa sulla sicurezza.
Secondo questa visione, il pedaggio non sarebbe un dazio illegittimo, bensì un indennizzo per i servizi di pattugliamento e protezione ambientale forniti dalle autorità costiere.
Dal punto di vista economico, l’introduzione di una tariffa stimata intorno a un dollaro per ogni barile di petrolio o equivalente di gas avrebbe ripercussioni immediate e pesanti per l’Italia. Il nostro Paese, avendo diversificato le fonti energetiche negli ultimi anni, è diventato fortemente dipendente dal GNL (Gas Naturale Liquefatto) proveniente dal Qatar.
Poiché quasi la totalità di questo gas deve necessariamente attraversare lo stretto, il pedaggio si trasformerebbe in una tassa diretta sulle bollette di famiglie e imprese italiane.
Oltre al costo nominale del transito, l’instabilità dell’area provoca un aumento dei premi assicurativi per i carichi marittimi, un fattore che gonfia ulteriormente il prezzo finale delle materie prime e alimenta le spinte inflazionistiche.
L’effetto a catena non si ferma all’energia: l’industria manifatturiera italiana, fortemente orientata all’export verso i mercati asiatici, vedrebbe erodersi i propri margini di competitività a causa del rincaro dei noli marittimi.
Se il principio del pedaggio dovesse essere accettato dalla comunità internazionale, si creerebbe un precedente pericoloso che potrebbe spingere altri Stati costieri a monetizzare il controllo su passaggi obbligati come il Canale di Suez o lo Stretto di Bab al-Mandab.
In questo scenario, il mare smetterebbe di essere una risorsa libera e globale per diventare un mosaico di zone a pagamento, mettendo a rischio il modello economico italiano basato sulla trasformazione di beni che viaggiano prevalentemente su rotta marittima.