Perché la sinistra esulta se in Ungheria vince uno di destra?

La capacità di analisi critica a favore di una narrazione onesta dei fatti e non binaria, legata alle maglie, destra o sinistra, dove l’appartenenza a uno schieramento conta più dei valori che quello schieramento dovrebbe rappresentare, va rivista nel caso ungherese della sconfitta di Orban.

Il fenomeno della “tifoseria politica” ha trasformato l’arena democratica in una curva da stadio, dove non si giudicano i fatti, ma i colori.

Il paradosso più evidente si consuma quando la caduta di un sistema illiberale o il ripristino di contrappesi democratici vengono letti esclusivamente attraverso la lente del “chi vince” e “chi perde”.

Se un leader di centrodestra vince in un contesto di ritrovata libertà, l’esultanza di una parte dell’opposizione (anche della sinistra) non dovrebbe essere interpretata come tradimento ideologico, o un cambio di casacca, bensì come un sollievo per la tenuta delle istituzioni democratiche.

Eppure, il mantra comunicativo attuale preferisce la derisione: “Perché esultate se ha vinto la parte avversa?”

Questa domanda ignora deliberatamente il punto centrale: la priorità del metodo democratico sul posizionamento politico.

Il vero problema della politica odierna è l’incapacità o la volontà deliberata di non distinguere tra due categorie fondamentali:

Un ambiente dove il potere è limitato, la stampa è libera, la magistratura è indipendente e l’alternanza è possibile. In questo quadro, che vinca la destra o la sinistra è una dinamica fisiologica.

Un modello che svuota le istituzioni dall’interno, limita il dissenso e trasforma il voto in una pura formalità.

Quando un Paese che sta scivolando verso l’autoritarismo inverte la rotta, il successo non appartiene a un partito, ma “allo Stato di diritto”.

Confondere un leader conservatore che opera nel perimetro delle regole con un Autocrate che le regole le riscrive a proprio piacimento è il segno di “un analfabetismo politico pericoloso”.

Esultare per il ripristino della democrazia significa riconoscere che, senza un campo di gioco livellato e libero, nessuna proposta politica ha valore.

Se non riusciamo più a distinguere un avversario politico (che va rispettato e battuto nelle urne) da un nemico della democrazia (che va arginato con le leggi), allora la politica è davvero finita.

“La democrazia non è solo un sistema di voto, ma un sistema di limiti al potere.”

Finché continueremo a guardare alle vicende internazionali (come quelle ungheresi o di altri paesi in transizione) solo per contare quanti “gol” ha segnato la nostra squadra, non saremo spettatori di un dibattito, ma complici di un impoverimento culturale che non risparmierà nessuno.

È tempo di tornare a tifare per le regole del gioco, prima ancora che per i giocatori.

Intanto si prende questo risultato a favore della democrazia, poi si spera in meglio.