Le gabbie mentali ci impediscono di vedere la libertà. Intervista ad Eden Windward

Le “gabbie mentali” sono un grande limite nell’esistenza umana.

Non consentono di far fluire la linfa vitale e tutto ciò che merita espressione ed attenzione. Ne abbiamo piena conferma leggendo Cages della scrittrice emiliana Eden Windward edito da Mondadori, uno young adult degno di nota che attraverso le vicende coinvolgenti dei suoi protagonisti ci permette di capire quanto sia potente l’amore incondizionato per potersi liberare di queste gabbie.

Questo è un romanzo che oltre a parlare di amore proibito fa luce sulle ferite e le ingiustizie. Infonde speranza nel cambiamento e in quell’evoluzione che parte da noi stessi e che coinvolge tutto ciò che ci è attorno. Il merito è della scrittura ammaliante della Windward che trasuda una spiccata sensibilità.

Di Cages, di come è nata l’ispirazione per scriverlo, di gabbie mentali e amore incondizionato conversiamo con l’autrice in questa esclusiva intervista.

Partiamo dall’origine, come è nata l’idea di scrivere Cages?

Personalmente, sono sempre stata affascinata da storie d’amore proibite che coinvolgevano persone di chiesa: ad esempio, Uccelli di rovo (un po’ datato) o la più recente serie TV Fleabag. Le sensazioni trasmesse da questi amori impossibili eppure così reali, elementi quali il conflitto interiore, il senso di colpa, sono dei motori narrativi potentissimi che desideravo sperimentare. Inoltre, avevo intenzione da un po’ di tempo di cimentarmi nello Young Adult, un genere che ho sempre voluto approfondire. Così è nata l’idea di Cages, che unisce entrambe le cose.

Come possiamo definire le “gabbie mentali” di cui parli nel tuo romanzo?

Mi viene in mente la descrizione che ne ha fatto un amico lettore, ovvero l’esempio dell’elefante legato al paletto di legno, il concetto di impotenza appresa: l’elefante, se lo volesse, potrebbe andarsene senza problemi, un paletto di legno non può fermare la sua mole. Lui, però, sembra essersene dimenticato, e ne resta prigioniero, convinto di non poter fare altrimenti. Le gabbie mentali ci fanno proprio questo effetto: convincerci che non possiamo, non dobbiamo, impedendoci di vedere la libertà che, invece, ci appartiene.

Come e in che misura l’amore incondizionato ci può aiutare a liberarci da esse secondo te?

Credo che i sentimenti forti e ancestrali, come l’amore incondizionato (non soltanto per il partner, ma anche per la famiglia, gli amici, i valori) possano aprirci gli occhi, obbligarci in un certo senso a trovare una via d’uscita, a fare quel passo necessario ad abbattere il sopracitato paletto di legno. E, in questo senso, a riscoprire la nostra vera forza d’animo.

Il tuo romanzo va oltre la storia d’amore e tratta tematiche esistenzialiste e delicate come il revenge porn. Quanto parlarne e scriverne può aiutare ad abbattere stigma e pregiudizi?

Il revenge porn è un problema enorme, che ci affligge tutti, come società: anche chi non ne è direttamente colpito non può girarsi dall’altra parte, perché l’indifferenza stessa è parte del problema. Nello scorso anno abbiamo capito quanto sia diffuso persino tra le persone più insospettabili, con le vicende di “Mia moglie” e “Phica.net”. E questa è la dimostrazione chiara che non si tratta di eventi isolati ma di un problema radicato e culturale, una mancanza di educazione sistemica che si è tramandata, e che inconsciamente si continua a tramandare. Il corpo altrui (soprattutto quello delle donne) presentato e visto come bene di consumo, pertanto qualcosa che si possiede e che si può condividere, mostrare, come faresti con un oggetto. Negli ultimi tempi si sono fatti dei progressi in merito, ma permettimi di dire che non è ancora abbastanza, se ne parla ancora troppo poco, si affronta il problema come qualcosa di marginale. Non lo è.

Scriverne, parlarne, informarsi, sono solo alcuni dei modi che abbiamo per stimolare la coscienza, avviare un dialogo anche e soprattutto interiore. Siamo tutti responsabili, se rimaniamo in silenzio.

“Non c’è redenzione senza pentimento” come scrivi nel tuo romanzo?

Questa frase, così com’è, sembra dura e in un certo senso ostile. Ma nel romanzo la formazione di Joshua è fortemente cattolica e usa spesso un linguaggio con richiami biblici. Volendola parafrasare, però, diventerebbe: posso davvero essere perdonato o diventare una persona migliore se non mi pento degli errori passati? La risposta a questa domanda passa attraverso ciò che definiamo “errori”: alcuni li rifaremmo perché ci hanno portato nella direzione giusta, altri invece no, perché hanno fatto soffrire persone care. In generale, è necessario guardare dentro di sé con onestà ma anche con gentilezza.

C’è un personaggio di Cages al quale sei particolarmente legata e perché?

Sicuramente Joshua. Per via del mio vissuto personale, le tematiche come il senso di colpa, il peccato, le catene religiose, sentirsi in gabbia anche quando non lo si è, mi sono estremamente comprensibili. Anche se, proprio come lui, ho intrapreso un percorso per liberarmene ed essere me stessa.

A chi consigli la lettura di Cages?

Cages si rivolge a un pubblico giovane, per sua natura: tematiche come il bullismo e l’accettazione sociale sono cruciali durante adolescenza e post-adolescenza. Allo stesso tempo, può essere una lettura confortante anche per chi ci è già passato, ha superato quel periodo, e può osservarlo da lontano tramite una storia che risuona simile a ciò che hanno vissuto. In generale, è un romanzo che vuole essere una carezza sulle ferite, passate e presenti, sulle cicatrici. A chiunque abbia bisogno di una carezza, quindi, raccomando Cages.

Leggi la mia recensione di Cages