I “luoghi dell’anima” sono fondamentali nella nostra esistenza. Intervista allo scrittore Sylar Gilmore

Ci sono storie che rimangono impresse nella mente e nel cuore del lettore per molto tempo perché sono in grado di attivare una sorta di “moto dell’anima” che ci induce a riflettere su ciò che riguarda la propria esistenza.

È ciò che accade leggendo L’armadio bianco dello scrittore Sylar Gilmore.

La sua scrittura profonda e autentica trasuda sensibilità e ci invoglia ad intraprendere un viaggio in un mondo in cui le emozioni regnano sovrane. Attraverso le vicissitudini del protagonista Andrea che non smette mai di lottare per affermare la propria identità, gli ideali  e i sogni nei quali crede, al di là dei pregiudizi, degli stereotipi e stigma che dilagano si parla di resilienza e di “luoghi dell’anima” che arricchiscono il bagaglio emozionale che è insito dentro di noi.

L’armadio bianco è un romanzo che consiglio vivamente e la cui lettura infonde speranza e ottimismo nei confronti dell’amore puro e incondizionato che è capace di resiste al tempo e alle distanze.

In questa intervista ispiratoria lo scrittore Sylar Gilmore ci parla del suo romanzo e questa diventa l’occasione anche per parlare di amore puro e luoghi dell’anima.

Partiamo dall’origine, come è nata l’idea di scrivere L’armadio bianco?

“L’armadio bianco”, come tutto ciò che scrivo, nasce da una sensazione, che io definisco una fitta. Può essere un’immagine, un pensiero, una situazione, un personaggio appena abbozzato. Capisco che deve uscire fuori perché inizia a farmi male, fino al giorno in cui mi siedo e gli do voce.

In questo caso ho sentito la necessità di esternare un dolore che non avevo ancora del tutto metabolizzato, ossia la morte di mia madre. Continuavo a sentirne la presenza nella sua camera da letto, col grande armadio bianco che lei amava tanto. Poi una mattina, in treno, mi sono messo ad ascoltare una canzone che mi aveva inviato il mio compagno. Si intitola “In the end” dei Cranberries. C’è un punto in cui dice: Take my house, take the car, take the clothes, but you can’t take the spirit. In pratica, prendetevi tutto, portate via ogni cosa, ma non potrete mai cancellare lo spirito, l’anima. Ho pianto mentre continuavo a riascoltare la canzone, e ho capito che dovevo scrivere di questo: del ricordo degli altri che non può essere cancellato e rimane indelebile in ciò che amavano.

Esistono davvero quei luoghi dell’anima come per il protagonista del tuo romanzo le ante dell’armadio bianco così pregni di emozioni e ricordi? Che ruolo hanno questi “luoghi” nella nostra esistenza?

I luoghi dell’anima sono fondamentali nella mia esistenza e non potrei farne a meno. Sono tutti quei posti, oggetti, odori, legati a qualcosa di importante, vissuti da solo o in compagnia di una persona speciale. Mi danno forza, ispirazione e sanno risvegliare le sensazioni provate la prima volta. L’importante è non dipendere da loro, sapere che ci sono, a volte vicini, a volte lontani, altre volte solo nel ricordo. Senza forzature, senza andarli a ricercare con insistenza, ma sapendo riconoscerli quando ci passano di nuovo accanto, anche solo per un istante.

Il tuo romanzo attraverso l’esperienza di Andrea che si ritrova a lottare per affermare la propria identità parla di resilienza. Come potremmo definirla secondo te questa capacità umana?

Per me la resilienza è la capacità, la forza, di non rinunciare mai a essere noi stessi e a perseguire ciò che riteniamo giusto e importante, anche quando tutto e tutti sembrano dirci che siamo sbagliati. Mantenere viva una fiammella sotto la cenere nei momenti più difficili, per poi tornare a combattere con maggiore energia quando ci sentiamo pronti. Proprio come fa Andrea, il protagonista del libro, che non rinnega mai i suoi sentimenti, anche quando si sente svuotato di ogni energia e speranza.

L’armadio bianco parla di un amore puro che va oltre le difficoltà e le distanze. Per te cos’è l’amore puro?

Per me l’amore puro non risiede in ciò che è eclatante, nei grandi gesti, nelle dichiarazioni roboanti. Anche quelli sono importanti, ma possono nascere da fiammate momentanee, slanci improvvisi, che poi magari si spengono. Se penso alla mia esperienza, di persona fortunata e innamorata da più di vent’anni dello stesso uomo, rivedo l’amore puro negli attimi semplici e magari ripetitivi. Il piacere di ridere ancora delle sciocchezze, passeggiare in un paesino sconosciuto con un gelato in mano, ritrovarci la sera dopo una giornata di lavoro, addormentarsi sul divano mentre si prova a guardare un film. Se dopo tanti anni questi gesti ripetuti all’infinito ancora mi emozionano, non posso che considerare questo l’amore puro.

C’è un personaggio del tuo romanzo al quale sei particolarmente legato e perché?

Amo tutti i personaggi del romanzo, anche perché prendono tutti spunto da persone reali della mia vita. Se devo sceglierne uno però, allora dico Rosalind, l’anziana signora che ospita Andrea in Inghilterra nel suo cottage, affittandogli una stanza. Il motivo è semplice: esiste, o meglio esisteva, davvero. Da adolescente ho trascorso estati indimenticabili, proprio a Cambridge, a casa della mia dolce Linda, che per me era davvero come una mamma inglese. Non aveva il pollice verde di Rosalind, ma anche lei sapeva cucinare benissimo e soprattutto era sempre pronta a dare consigli e suggerimenti utili, che mi facevano vedere le cose da angolazioni diverse. Siamo rimasti sempre in contatto.

Nel tuo libro scrivi “Fa’ del passato la tua forza. Ritagliati un luogo dentro di te in cui custodire tutto ciò che ti ha arricchito, l’amore che hai provato e rendilo la tua corazza”. Vorresti spiegarlo ai nostri lettori?

Guarda caso è proprio Rosalind a rivolgere quelle parole ad Andrea. In quel frangente Rosy cercava di spronare Andrea a imparare a riconoscere e prendere il buono anche dalle esperienze che possono deluderci, o non concretizzarsi come ce le aspettavamo. Una scorta di tutto quello che ci ha insegnato qualcosa, arricchiti, anche attraverso il dolore, che diventa un serbatoio di energia a cui attingere in qualsiasi momento. La forza del passato, dei ricordi, della nostalgia, non fine a se stessa però, ma come trampolino verso il futuro.

Chi è nella vita di tutti i giorni Sylar Gilmore?

Nella vita di tutti i giorni svolgo un lavoro molto serioso e impegnativo, dal quale però mi allontano subito non appena timbro l’uscita, per dedicarmi alle mie passioni. Amo leggere, scrivere, viaggiare più che posso. Mi piace cucinare i piatti della nostra tradizione, ma apprezzo molto anche le cucine straniere, soprattutto orientali. Adoro gli animali e in particolare i gatti, perché sono spesso introversi e solitari come me, ma sanno dare amore a chi è disposto a capirli. Sono un camminatore, cammino ogni volta che posso, in pineta, nei prati, nelle città che visito. Mi aiuta a pensare, a rilassarmi, e a trovare l’ispirazione per le mie storie. E ovviamente, proprio come l’Andrea del romanzo, amo i film horror, gli zombie e tutti i mostri vari.

A chi consigli la lettura de “L’armadio bianco”?

Lo consiglio a chi nella vita si è sentito, anche solo una volta, incompreso, sbagliato, perso. A chi non cerca la storia di eroi senza macchia, ma apprezza le persone con le loro debolezze, contraddizioni, necessità di chiedere aiuto. A chi crede che l’amore vero, anche dopo tanti giri ed evoluzioni, magari sporcato dalla rabbia, dalle incomprensioni e dalle maschere che la vita ci porta a indossare, in fondo rimane sempre vivo.

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