“Le radici non sono catene ma punti di partenza”. Intervista allo scrittore Aldo Boraschi

Ci sono “assenze” che si cibano di ricordi, emozioni, profumi e immagini che a volte risultano assumere più valore di certe presenze.

Sono spesso legate ad un passato che si fa fatica a dimenticare perché da esso non si può assolutamente scappare. Resta intatto nel presente e non si può raggirare. È ciò che comprenderanno i personaggi di Diamante, il romanzo del giornalista ed editore Aldo Boraschi, Altre Voci Edizioni.

La storia di Diamante e Killian le cui esistenze sembrano apparentemente procedere parallele invita il lettore ad intraprendere un viaggio inedito tra emozioni e frammenti di ricordi narrati dalla scrittura profonda e degna di nota di Aldo Boraschi che ambienta la sua storia nella zona suggestiva e ispiratoria della Lunigiana e che ci fa riflettere su quanto le radici siano importanti nel corso della propria esistenza.

Del suo romanzo candidato al Premio Strega, di luoghi dell’anima e del ruolo del passato conversiamo in questa intervista.

Partiamo dall’origine, com’è nata l’idea di scrivere questa storia di due solitudini che sembrano procedere parallele ma che il lettore scoprirà avere tanto in comune?

Mi interessava raccontare come, spesso, le vite scorrono parallele senza incontrarsi davvero, pur condividendo le stesse ferite. Diamante nasce proprio da questa tensione: la scoperta che ciò che ci separa è, in realtà, ciò che ci rende più vicini.

Come mai l’ambientazione in Lunigiana. Che tipo di legame ha con questa zona?

La Lunigiana, non è solo un’ambientazione, ma è un luogo dell’anima. È una terra sospesa, un po’ fuori dal tempo e proprio per questo perfetta per accogliere storie di memoria e radici. Ho un legame personale con quei luoghi (ho fatto le superiori a Pontremoli), ma soprattutto le sento emotivamente fertili. 

Nel suo romanzo lei parla di “assenze” che però sono presenti e costanti nelle vite dei protagonisti del suo libro. Come possiamo definirle?

Le assenze, in Diamante, sono presenze invisibili. Non sono vuoti, ma spazi pieni di memoria, di rimpianti, di parole non dette. Sono ciò che continua ad influenzarci anche quando crediamo di aver dimenticato.

Diamante ci fa riflettere tanto sul ruolo che il passato riveste nella nostra evoluzione. È proprio vero che da esso non si può scappare?

Non possiamo scappare. Possiamo ignorarlo, nasconderlo, ma continuerà a parlarci. La vera sfida è imparare ad ascoltarlo, senza esserne prigionieri.

Qual è secondo lei il giusto approccio che si deve avere nei confronti delle proprie origini e radici?

Non sono catene, ma punti di partenza; conoscerle è fondamentale, ma altrettanto importante è avere il coraggio di trasformarle e scegliere chi diventare.

Oltre a Diamante e Killian troviamo nel suo romanzo un corollario di personaggi. C’è uno al quale è particolarmente legato e perché?

Ogni personaggio ha in sé una nota di affetto mio personale. Ma Isabel, la madre di Diamante, incarna una fragilità che conosco bene e a cui sono particolarmente affezionato. È il personaggio che fa più fatica a trovare il proprio posto e, per questo, forse, il più umano.

Nel suo romanzo lei scrive “A volte l’amore non è fuoco. È pazienza. È quella cosa che ti ritrovi accanto anche quando pensavi non sarebbe rimasto nulla. Per lei cos’è l’amore?

Per me, l’amore è resistenza. È presenza. È restare anche quando sarebbe più facile andare via, lontano. È qualcosa che si costruisce nel tempo, spesso nel silenzio, senza bisogno di gesti eclatanti.

A chi consiglia la lettura di Diamante?

A chi ama le storie intime, a chi si interroga sul proprio passato. Ma anche a chi cerca una lettura che lasci qualcosa – non solo “durante” ma anche “dopo” …

Leggi la mia recensione di Diamante di Aldo Boraschi