Dall’Operazione Ajax all’Asse del Male: L’Evoluzione Strutturale del Conflitto tra Iran e Stati Uniti


La faglia geopolitica che separa Washington e Teheran rappresenta uno dei nodi più intricati e determinanti della storia contemporanea.

Per comprendere la natura di questa contrapposizione, che spesso appare dominata da una retorica ideologica e inflessibile, è necessario superare la superficie degli eventi cronologici. Bisogna inoltre esplorare le dinamiche strutturali, psicologiche e sistemiche che hanno trasformato una solida alleanza strategica in una profonda e apparentemente insanabile inimicizia.


Le radici del problema non affondano in una diversità culturale intrinseca. Affondano bensì in una frattura storica ben precisa che ha modificato la percezione reciproca dei due attori. Fino alla metà del ventesimo secolo, gli Stati Uniti godevano in Iran di un’ottima reputazione. Erano visti come una potenza terza e benevola rispetto alle storiche ingerenze coloniali di stampo britannico e russo.

Il punto di svolta drammatico avviene nel 1953 con il colpo di Stato, orchestrato dalla CIA insieme all’MI6 britannico, noto come Operazione Ajax. Il rovesciamento del primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato l’industria petrolifera detenuta fino ad allora dalla Anglo-Iranian Oil Company, ha segnato l’inizio di una profonda disillusione.

L’imposizione e il successivo sostegno incondizionato allo scià Mohammad Reza Pahlavi hanno legato indissolubilmente l’immagine degli Stati Uniti all’autocrazia e alla repressione interna. Di conseguenza, hanno alimentato nel corpo sociale iraniano un forte sentimento anti-imperialista.
Da questa frattura deriva l’architettura concettuale della Rivoluzione Islamica del 1979, guidata dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini.

La retorica khomeinista ha abilmente trasformato il trauma del 1953 in un pilastro ideologico. Esso era fondato sulla dicotomia tra gli oppressi, incarnati dal popolo iraniano e dai musulmani, e gli oppressori, simboleggiati dall’Occidente e in particolare dagli Stati Uniti, ridefiniti come il Grande Satana.

La crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran, durata 444 giorni, ha simmetrizzato il trauma. Infatti, se per l’Iran il 1953 rappresentava la violazione della propria sovranità, per l’opinione pubblica e la classe politica americana il 1979 è diventato il simbolo di un’umiliazione nazionale e dell’inaffidabilità intrinseca del nuovo regime teocratico.


Un’analisi critica e strutturale dei rapporti evidenzia come il conflitto si sia progressivamente istituzionalizzato all’interno dei rispettivi sistemi politici. Negli Stati Uniti, l’ostilità verso l’Iran è diventata un fattore bipartisan di politica estera. Ciò è stato esacerbato dalle pressioni di alleati regionali chiave come Israele e l’Arabia Saudita.

In Iran, la dottrina della resistenza serve al contempo come strumento di legittimazione interna per le fazioni più conservatrici e come linea guida geopolitica. Questo ha generato una dinamica in cui ogni tentativo di distensione viene sistematicamente ostacolato dalle forze interne che beneficiano dello status quo conflittuale.

Durante la guerra tra Iran e Iraq negli anni Ottanta, il sostegno più o meno esplicito di Washington a Saddam Hussein ha ulteriormente radicato in Teheran la convinzione che l’obiettivo profondo degli Stati Uniti non fosse un cambio di condotta. Ha rafforzato anche l’idea che lo scopo fosse il collasso stesso dello Stato iraniano.

Questa sindrome d’accerchiamento ha spinto la Repubblica Islamica a sviluppare la strategia della guerra asimmetrica. In particolare, ha finanziato e addestrato una rete di attori non statali in Medio Oriente, dal Libano allo Yemen, nota come l’Asse della Resistenza. Questa strategia è stata concepita come una linea di difesa avanzata contro la superiorità militare convenzionale americana.


Il tentativo più significativo di superare questa paralisi strutturale è stato il Joint Comprehensive Plan of Action del 2015. Si tratta dell’accordo sul programma nucleare iraniano fortemente voluto dall’amministrazione Obama.

Quel breve momento di pragmatismo ha dimostrato che la diplomazia multilaterale poteva disinnescare la minaccia della proliferazione in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni economiche.

Tuttavia, la successiva decisione unilaterale americana di ritirarsi dall’accordo nel 2018 e di avviare la campagna di massima pressione ha confermato i peggiori timori dell’ala dura di Teheran. In particolare, ha dimostrato l’inaffidabilità degli impegni presi da Washington.

La successiva eliminazione del generale Qasem Soleimani ha ulteriormente ristretto gli spazi di manovra diplomatica. Inoltre, ha spinto l’Iran a intensificare l’arricchimento dell’uranio e a stringere legami strategici sempre più saldi con potenze globali alternative come la Cina e la Russia. Queste azioni sono state compiute in un’ottica di inserimento in un blocco multipolare anti-egemonico.


In conclusione, i rapporti tra Iran e Stati Uniti non sono regolati da un semplice malinteso diplomatico, ma da un sistema complesso di dilemmi della sicurezza, asimmetrie di potere e traumi storici non elaborati. Finché Washington interpreterà la stabilità mediorientale attraverso l’esclusivo isolamento di Teheran, e finché la leadership iraniana utilizzerà l’antiamericanismo come principale collante ideologico, il legame rimarrà intrappolato in un ciclo di deterrenza e ritorsione. Soltanto un riconoscimento reciproco delle rispettive esigenze di sicurezza e delle legittime aspirazioni storiche potrà favorire una transizione verso una coesistenza pragmatica.


Riferimenti bibliografici e documentali:br/p>

5 Gary Sick, All Fall Down: America’s Tragic Encounter With Iran, New York, Random House, 1985. Testimonianza e analisi della crisi degli ostaggi da parte di un membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale americano dell’epoca.