Saviano : L’inferno dei campi in Calabria.


«La politica sa, i migranti criminalizzati per essere schiavi docili».

L’orrendo assassinio dei braccianti in Calabria squarcia ancora una volta il velo di ipocrisia che avvolge l’agroalimentare italiano. Non si tratta di un caso isolato, né di una tragica fatalità, ma della punta dell’iceberg di un sistema strutturato.

A delineare i contorni di questa realtà è Roberto Saviano, intervistato da La Stampa sia sull’edizione cartacea in edicola che online, in un duro atto d’accusa che punta il dito ben oltre la figura del singolo caporale.

Secondo i sindacati, la piana calabrese ospita un esercito invisibile: almeno diecimila schiavi impiegati ogni anno nei campi e nei vivai. Una massa di diseredati su cui si regge un comparto economico cruciale, ma i cui fili sono mossi da attori insospettabili.

Per Saviano, l’errore macroscopico è ridurre tutto a una questione di criminalità rurale. Il vero motore dello sfruttamento siede nei consigli d’amministrazione.

«I responsabili sono le grandi catene della distribuzione, le aziende conserviere, i marchi che tutti conosciamo e che comprano a prezzi che rendono impossibile pagare un salario dignitoso. Il caporale è l’ultimo anello visibile di una filiera costruita apposta per non lasciare tracce».

Si tratta di un meccanismo economico preciso: senza quei lavoratori pagati tre euro l’ora — e spesso anche meno, o schiacciati dalla logica del cottimo — l’agricoltura italiana semplicemente non sarebbe competitiva. Un segreto di Pulcinella condiviso da governi, grande distribuzione e aziende conserviere.

L’aspetto più inquietante emerso dall’intervista riguarda la latitanza delle istituzioni, che lo scrittore non esita a definire come una vera e propria “scelta precisa” e non come una semplice assenza o distrazione.

«Ha mai visto un ministro nelle campagne della Piana di Gioia Tauro? Nei campi del Cosentino?» attacca Saviano, evidenziando una complicità attiva di parte dello Stato, tra politici locali, amministratori e funzionari.

Il nodo dei voti: Combattere il caporalato non paga in termini elettorali. La grande distribuzione e i potentati dell’agroalimentare esercitano pressioni enormi sulla politica locale.

Un’azienda che muove migliaia di posti di lavoro ha il potere di condizionare gli amministratori: «Nessun politico tocca chi può determinare la sua rielezione».

Il sistema si alimenta anche delle falle della governance globale ed europea. Le aziende agricole italiane si trovano a competere con i prodotti importati da Spagna, Nordafrica e Medio Oriente, contesti in cui il costo del lavoro è ancora più basso o i canali di importazione sono agevolati.

In questo scenario, lo sfruttamento diventa l’unica risposta a una concorrenza che lo Stato e l’Europa non riescono o non vogliono governare.

L’affondo finale di Saviano svela la connessione tra la retorica politica e la realtà economica dei campi. La propaganda non serve a fermare i flussi, ma a disciplinarli attraverso il terrore.

«E tutta la messa in scena contro l’immigrazione ha spesso un solo compito: tenere i braccianti inchiodati alla schiavitù, con i prezzi bassi. Il migrante criminalizzato nel discorso pubblico è il migrante docile nel campo. La paura serve a non far alzare la testa a chi raccoglie».

L’omicidio in Calabria, dunque, non è che il sintomo terminale di un sistema dove il profitto della grande distribuzione si paga con il sangue e l’omertà istituzionale.