La violenza economica è una forma di abuso ancora in gran parte invisibile, priva di segni sul corpo o ferite manifeste, ma capace di tracciare catene asfissianti che vincolano chi la subisce a una condizione di totale dipendenza.

L’abuso finanziario si struttura in comportamenti intenzionali tesi a limitare o controllare le risorse altrui e si articola su tre direttrici: il controllo economico, che si esprime nella restrizione del denaro e nel monitoraggio ossessivo delle spese; il sabotaggio economico, ovvero l’ostacolo attivo alla carriera e alla formazione per impedire la produzione di un reddito autonomo; e lo sfruttamento, che si concretizza nell’appropriazione dei risparmi o nell’imposizione di debiti non consensuali.

Il quadro che emerge dallo studio è allarmante: il 15% degli italiani maggiorenni, pari a circa 7,7 milioni di persone, dichiara consapevolmente di aver subito episodi di violenza economica.

Sebbene si tratti di un fenomeno trasversale, la vulnerabilità si impenna drammaticamente tra i disoccupati, dove il tasso raggiunge il 24%, e nella fascia d’età tra i 35 e i 44 anni, segmento centrale per la costruzione dell’indipendenza familiare e lavorativa, che fa registrare un preoccupante 22%.
Il dato più doloroso e significativo investe la sfera delle relazioni più strette: nel 54% dei casi l’autore della violenza è il partner o l’ex partner, a conferma di come il controllo del portafoglio sia spesso utilizzato come brutale estensione del controllo emotivo all’interno della coppia, mentre nel 35% dei casi il responsabile è un altro membro della famiglia o un soggetto esterno, segno di una cultura del possesso profondamente radicata nel tessuto sociale.
Questa forma di privazione rappresenta quasi sempre il preludio silenzioso a violenze fisiche o psicologiche ancora più gravi. Impedire a una persona di gestire le proprie risorse significa annullarne la dignità e la capacità di autodeterminazione.
La sfida principale risiede nel far emergere il sommerso, poiché molte vittime tendono a interpretare erroneamente l’abuso come una dinamica familiare conflittuale o difficile, piuttosto che come un vero e proprio illecito.
È per scardinare questa distorsione che l’impegno sinergico nato dalla ricerca si appresta a tradursi in un’importante opera editoriale e in un fitto calendario di convegni nazionali e locali, finalizzati a sensibilizzare l’opinione pubblica e a supportare le associazioni sul territorio.
Questo cruciale progetto culturale e di riscatto sociale vedrà la luce attraverso un testo fondamentale, la cui autorevolezza scientifica e umana è garantita da una precisa divisione dei ruoli.
Il rigore interpretativo e la definizione della parte giuridica sono affidati allo studio dell’Avvocato Anna Parlato, impegnata nel delineare le fattispecie di reato, gli strumenti di tutela legale e i percorsi normativi necessari per riconoscere e denunciare la violenza.
Accanto all’analisi forense, il progetto acquisisce una profonda e vibrante dimensione narrativa grazie alla collaborazione con la scrittrice Angela Giordano, a cui è affidata la cura della sezione legata alle storie di vita: un mosaico di testimonianze di donne in difficoltà e di vicende umane che troppo spesso scalano l’asprezza della cronaca.
Il loro lavoro congiunto dimostra come la lotta alla violenza economica passi inevitabilmente per una rete tra professionisti, per l’alfabetizzazione finanziaria e per il riconoscimento del diritto fondamentale all’autonomia patrimoniale, tracciando una strada chiara in cui la consapevolezza diventa l’unico vero presupposto della libertà.














