Il leader di Azione interviene sulla condanna del gioielliere e frena sull’ipotesi della grazia: «Dice che lo rifarebbe, questo rappresenta un problema»
Il caso di Mario Roggero, il gioielliere piemontese condannato in via definitiva per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo, continua ad alimentare il confronto politico sulla sicurezza, sulla legittima difesa e sulla diffusione delle armi in Italia.
A intervenire è stato Carlo Calenda, leader di Azione, che durante un collegamento con la rassegna “Ponza d’Autore” ha espresso una posizione netta: la risposta dello Stato alla criminalità non può trasformarsi in una giustificazione della giustizia privata.
«In Italia girano troppe pistole», ha affermato Calenda, sostenendo che la disponibilità di armi renda le strade più pericolose per tutti. Il leader di Azione ha quindi chiesto una verifica approfondita sui possessori di armi detenute per difesa personale.
Il suo ragionamento non riguarda le armi utilizzate per l’attività venatoria, ma quelle acquistate con lo scopo dichiarato di proteggere sé stessi, la propria abitazione o la propria attività commerciale.
Calenda: «La pistola per difendersi può trasformarsi in un disastro»
Secondo Calenda, l’impiego di un’arma da fuoco per difesa personale finisce spesso per produrre conseguenze drammatiche. Il rischio, ha osservato, riguarda sia le persone contro cui viene utilizzata l’arma sia chi decide di sparare.
«Quasi mai la difesa personale fatta con la pistola non si traduce in un disastro», ha dichiarato il leader di Azione. Il senso del suo intervento è chiaro: anche una persona convinta di agire per proteggersi può ritrovarsi coinvolta in una tragedia e in un lungo procedimento penale.
Calenda ha quindi respinto l’idea di un Paese nel quale i cittadini si sostituiscano alle forze dell’ordine e alla magistratura.
«Noi non vogliamo vivere nel Far West o negli Stati Uniti, dove i privati cittadini si fanno giustizia da soli», ha aggiunto, chiamando in causa anche Matteo Salvini, tra i principali sostenitori politici di Mario Roggero e di una possibile concessione della grazia.
Il caso Mario Roggero
La vicenda risale al 28 aprile 2021. Quel giorno tre rapinatori entrarono nella gioielleria di Mario Roggero a Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo.
Dopo la rapina, il commerciante uscì dal negozio armato e sparò contro i tre uomini. Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino morirono, mentre Alessandro Modica rimase ferito.
Il punto centrale del procedimento giudiziario è stato il momento nel quale vennero esplosi i colpi. Secondo quanto accertato dai giudici, la minaccia immediata all’interno della gioielleria era ormai terminata e i rapinatori stavano fuggendo.
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione, rendendola definitiva. Roggero è stato quindi trasferito nel carcere di Bollate.
La sentenza ha suscitato reazioni molto diverse. Una parte dell’opinione pubblica considera il gioielliere una persona esasperata dalle rapine e ritiene la pena eccessiva. Altri sottolineano invece che la reazione armata avvenne quando i rapinatori erano già all’esterno dell’attività.
«Non fu legittima difesa»
Calenda ha riconosciuto la particolare situazione vissuta dal commerciante, definendolo un uomo «certamente esasperato». Tuttavia, ha ribadito che l’esasperazione non può cancellare i limiti previsti dalla legge.
Secondo il leader di Azione, Roggero uscì dalla gioielleria e regolò il conto sparando. Per questa ragione, la vicenda non può essere qualificata come legittima difesa.
La legittima difesa presuppone infatti l’esistenza di un pericolo attuale e la necessità di reagire per proteggere sé stessi o altre persone. Spetta però ai giudici valutare concretamente la situazione, la proporzione della reazione e il momento in cui questa si è verificata.
Nel caso Roggero, il giudizio definitivo ha escluso che l’intera condotta potesse essere giustificata dalla necessità di difendersi da un’aggressione ancora in corso.
Il caso resta comunque complesso sul piano umano e sociale. Le immagini della rapina, la violenza subita dal gioielliere e il trauma accumulato hanno alimentato una forte partecipazione emotiva.
Tuttavia, secondo Calenda, la comprensione delle condizioni personali non deve portare a cancellare il confine tra difesa e vendetta.
Il dibattito sulla grazia a Mario Roggero
Dopo la condanna definitiva, alcuni esponenti del centrodestra hanno sollevato l’ipotesi di chiedere la grazia per Mario Roggero. Matteo Salvini ha espresso pubblicamente la propria vicinanza al gioielliere, sostenendo l’opportunità di valutare un intervento del Presidente della Repubblica.
Calenda ha manifestato forti perplessità. Il problema, secondo il leader di Azione, è rappresentato soprattutto dalle dichiarazioni con le quali Roggero avrebbe affermato di essere pronto a comportarsi nuovamente nello stesso modo.
«Per avere la grazia ci vuole il fatto che uno si sia pentito del reato», ha sostenuto Calenda. «Lui per il momento non lo ha fatto, anzi dice: “Io lo rifarei”. E questo rappresenta un problema».
Sul piano giuridico, la grazia è una prerogativa attribuita dall’articolo 87 della Costituzione al Presidente della Repubblica. Il pentimento può avere un peso nella valutazione del caso, ma non costituisce un requisito automatico espressamente indicato dalla Carta costituzionale.
La decisione può prendere in considerazione diversi elementi, tra cui le condizioni personali e sanitarie del condannato, il comportamento successivo ai fatti, il percorso compiuto e le ragioni di carattere umanitario.
Troppe armi in circolazione: la proposta di Calenda
Il leader di Azione ha utilizzato il caso Roggero per aprire un discorso più ampio sul numero delle armi legalmente detenute in Italia.
Se fosse al governo, ha spiegato, avvierebbe una ricognizione approfondita sui titolari di licenze per difesa personale. L’obiettivo sarebbe verificare le condizioni nelle quali i permessi vengono concessi e rinnovati.
La questione riguarda anche i controlli sui requisiti psicofisici, la custodia delle armi e la permanenza delle motivazioni che avevano giustificato il rilascio della licenza.
Per Calenda, lo Stato deve rafforzare sicurezza e prevenzione senza trasferire ai cittadini il compito di amministrare la giustizia. La risposta alla paura delle rapine dovrebbe quindi passare attraverso maggiori controlli, forze dell’ordine efficienti e certezza della pena.
Calenda sul prossimo Presidente della Repubblica
Durante l’intervento a “Ponza d’Autore”, Calenda ha affrontato anche il tema della futura successione a Sergio Mattarella.
Il leader di Azione ha risposto ad Antonio Tajani, che aveva espresso la preferenza per un futuro Presidente della Repubblica proveniente dal centrodestra.
Calenda ha spiegato che non voterebbe mai un candidato estremista. La precedente appartenenza a un partito di centrodestra o centrosinistra non rappresenterebbe invece un ostacolo decisivo.
La caratteristica fondamentale dovrebbe essere il radicamento nella cultura europea della dignità della persona e la capacità di difendere i principi della Costituzione.
«Vorrei una persona che soprattutto difendesse la Costituzione», ha affermato Calenda. Il Presidente della Repubblica, secondo il leader di Azione, deve garantire che eventuali modifiche costituzionali non compromettano i diritti fondamentali.
Calenda ha infine richiamato il modello sociale europeo. La libertà, ha sottolineato, non si esaurisce nel diritto di voto o nella tutela della proprietà privata. Comprende anche il diritto a un lavoro dignitoso, alle cure sanitarie e alla pensione.