Nel pieno del 2026 ci si ritrova ancora a commentare dinamiche che si sperava appartenessero a un retaggio culturale ampiamente superato.
L’ultimo episodio in ordine di tempo, rimbalzato sulle cronache e sui social attraverso un post di Repubblica, vede come protagonisti la giornalista e conduttrice Francesca Fagnani e Gigi Marzullo. Durante la presentazione del libro inchiesta sulla criminalità romana scritto dalla stessa conduttrice di Belve, tenutasi a Minori, Marzullo ha ritenuto opportuno domandarle se le fosse mancata l’esperienza di diventare madre.
La replica di Fagnani è stata immediata e decisamente ferma: ti rispondo solo per far felice te e non perché credo che sia una domanda da fare. Quando poi l’intervistatore ha cercato di giustificarsi dicendo di aver voluto fare una domanda pungente a una belva, la giornalista ha chiosato ribadendo che lei una domanda del genere non la fa mai, perché semplicemente non è giusto farla.
L’irrigidimento di Francesca Fagnani non è solo comprensibile, ma profondamente legittimo e condivisibile, poiché solleva una questione fondamentale sul modo in cui la società continua a percepire e valutare le donne, indipendentemente dal loro livello di affermazione professionale e intellettuale.
Ci si trova davanti a una professionista stimata, autrice di un lavoro d’inchiesta complesso, che viene improvvisamente richiamata al suo ruolo biologico o presunto tale, come se la realizzazione femminile non potesse mai prescindere dall’avere figli.
La maternità è indubbiamente un’esperienza immensa e centrale per chi sceglie di viverla, ma l’errore sistematico sta nell’identificare perennemente e in modo esclusivo la figura della donna con quella della madre.
Una donna può realizzarsi pienamente nella propria professione, nelle proprie passioni, nelle proprie relazioni o semplicemente nella propria individualità, senza che l’assenza di figli debba essere vissuta o indagata come una mancanza o un vuoto da giustificare in pubblico. Inoltre, è necessario scardinare l’idea che la maternità sia un obbligo morale o l’unico canale attraverso cui esprimere la cura e l’accudimento.
Essere genitori, o più in generale avere un’attitudine materna e paterna, è una predisposizione dell’animo e una capacità relazionale che non dipende dal genere biologico né dall’aver effettivamente partorito. È un’attitudine che può possedere un uomo, una persona che non ha legami di sangue con un bambino, o chiunque scelga di manifestarla nella propria vita quotidiana.
Al contrario, il fatto stesso di essere madri per via biologica non garantisce automaticamente di essere le migliori madri possibili, proprio perché la genitorialità consapevole richiede competenze emotive che vanno ben oltre il dato naturale.
Continuare a porre la domanda sulla mancata maternità alle donne di successo, e alle donne in generale, perpetua uno stereotipo discriminatorio che non trova quasi mai un corrispettivo nelle interviste rivolte agli uomini, ai quali raramente viene chiesto se si sentano incompleti per non aver avuto figli durante la presentazione di un saggio o di un lavoro giornalistico.
Arrivati a questo punto del dibattito sociale, sarebbe maturo e doveroso iniziare a valutare le persone per il valore delle loro opere, del loro pensiero e del loro lavoro, lasciando la sfera della scelta riproduttiva a quella dimensione privata in cui nessuno, per quanto pungente voglia apparire, ha il diritto di scavare.