Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Il potere discreto dei gatti: siamo ancora noi ad adottare loro?

Pellegrino cammina con un gatto.

La storia di Santi, il gatto che ha scelto il suo pellegrino sul Cammino di Santiago, racconta qualcosa di più profondo del rapporto tra uomo e animale: la progressiva “ascesa” del gatto e il suo potere nelle nostre case e nelle nostre vite

Un uomo cammina verso Santiago de Compostela. Ha una meta, un itinerario, probabilmente i suoi pensieri e le sue ragioni per affrontare il Cammino. A un certo punto compare un gatto.

Non appartiene a nessuno, almeno apparentemente. Non è stato invitato e soprattutto non sembra intenzionato a chiedere il permesso. Semplicemente comincia a seguire il pellegrino.

Il protagonista umano della storia si chiama Julio. Quello felino diventerà Santi.

Tra Palas de Rei e Melide il gatto percorre circa quindici chilometri dietro di lui. Julio prova inizialmente a lasciarlo indietro, ma Santi continua a seguirlo. Alla fine l’uomo si ferma, lo porta da un veterinario, compra un trasportino, una pettorina e un guinzaglio e modifica il proprio viaggio.

Quando, successivamente, il gatto scompare, Julio torna addirittura indietro a cercarlo, noleggiando una bicicletta e coinvolgendo altri pellegrini.

Alla fine Santi viene ritrovato. Arrivato a Santiago, verificata anche l’assenza di un microchip, Julio decide di adottarlo.

Ma è davvero Julio ad avere adottato Santi, o è il gatto ad avere il potere di scegliere chi seguire?

La domanda può sembrare una provocazione. Eppure racconta perfettamente qualcosa che milioni di persone che vivono con un gatto conoscono molto bene.

Dal gatto utile al gatto sovrano

Il rapporto tra uomo e gatto è molto diverso da quello costruito nei millenni con il cane.

Il cane è stato selezionato dall’uomo per collaborare: cacciare, custodire, proteggere, condurre le greggi, recuperare prede, difendere abitazioni e persone.

La storia del gatto è differente.

L’avvicinamento tra esseri umani e felini viene generalmente collegato allo sviluppo delle prime comunità agricole. L’accumulo dei cereali attirava roditori; i roditori attiravano i piccoli felini selvatici. La loro presenza risultava vantaggiosa per gli uomini.

Si costruì così una convivenza fondata, almeno inizialmente, sulla reciproca convenienza.

L’uomo offriva indirettamente cibo e protezione. Il gatto controllava topi e altri animali dannosi.

Ma proprio qui nasce una particolarità destinata a caratterizzare questa relazione per millenni: il gatto non ha mai rinunciato completamente alla propria autonomia.

Ed è forse questa indipendenza ad avergli consentito una delle più sorprendenti ascese sociali del mondo animale.

Da cacciatore di topi nei granai è diventato abitante delle case.

Dal cortile è passato al divano.

Dal divano al letto.

E dal letto, qualche volta, sembra essere arrivato direttamente al comando.

Chi decide davvero?

Chi vive con un gatto conosce una piccola inversione di potere che si verifica quotidianamente.

Pensiamo di decidere dove dormirà e lui sceglie un’altra stanza.

Compriamo una costosa cuccia e preferisce la scatola nella quale è arrivata.

Decidiamo quando accarezzarlo e spesso è lui a stabilire quando il contatto può iniziare e, soprattutto, quando deve terminare.

Apriamo una porta perché vuole uscire. Pochi secondi dopo vuole rientrare.

Ci alziamo perché miagola davanti alla ciotola, anche quando nella ciotola qualcosa c’è già.

Potrebbero sembrare soltanto divertenti abitudini domestiche. In realtà mostrano una caratteristica particolare della relazione uomo-gatto: la negoziazione continua.

Il gatto difficilmente interpreta il rapporto con l’uomo secondo una semplice logica di obbedienza. Stabilisce invece una relazione nella quale conserva ampi margini decisionali.

Ed è proprio questo che, paradossalmente, sembra affascinarci.

Il paradosso del potere felino

Normalmente siamo attratti dagli strumenti che possiamo controllare e dagli animali che possiamo educare.

Con il gatto accade qualcosa di diverso.

Una parte del suo fascino nasce proprio dal fatto che non possiamo possederne completamente la volontà.

Il gatto si avvicina quando vuole.

Si allontana quando decide.

Concede attenzione e poi la ritira.

Può cercare intensamente il contatto con una persona e ignorarla qualche minuto dopo.

È una relazione nella quale l’essere umano deve imparare qualcosa che nella società contemporanea gli riesce sempre più difficile: accettare che l’altro possieda una propria autonomia.

Il gatto non sembra interessato a compiacerci continuamente.

Ed è forse proprio per questo che quando sceglie di venirci vicino attribuiamo a quel gesto un valore particolare.

Da animale domestico a membro della famiglia

Nel frattempo è cambiata anche la nostra società.

Nelle città contemporanee gli animali da compagnia occupano uno spazio affettivo molto maggiore rispetto al passato. Vivono all’interno delle abitazioni, viaggiano con noi, entrano negli alberghi, sono presenti nelle fotografie di famiglia e sempre più spesso condizionano perfino le scelte relative alla casa e alle vacanze.

Il gatto sembra particolarmente adatto alla trasformazione della vita urbana.

Non necessita delle stesse modalità di gestione quotidiana di un cane, può vivere bene negli appartamenti se dispone di un ambiente adeguato e conserva una relativa autonomia.

Ma ridurre il suo successo alla comodità sarebbe un errore.

C’è probabilmente qualcosa di più.

In una società nella quale siamo continuamente chiamati a rispondere a richieste, messaggi, notifiche, appuntamenti e scadenze, il gatto rappresenta quasi una piccola forma vivente di indipendenza.

Dormire quando si ha sonno.

Mangiare quando si ha fame.

Cercare compagnia quando la si desidera.

Allontanarsi quando si vuole stare soli.

Una filosofia sorprendentemente semplice che l’essere umano contemporaneo sembra avere dimenticato.

Poi arrivarono Internet e i social network

Se il gatto aveva già conquistato le nostre case, Internet gli ha consegnato qualcosa di molto simile a un impero.

Fotografie, video, meme e profili dedicati ai felini sono diventati uno dei fenomeni più riconoscibili della cultura digitale.

Non è difficile comprenderne il motivo.

Il gatto possiede una straordinaria capacità involontaria di produrre narrazione.

Può apparire elegante e ridicolo nello spazio di pochi secondi.

Distaccato e affettuoso.

Solenne mentre osserva il mondo dalla finestra e completamente assurdo mentre tenta di entrare in una scatola troppo piccola.

Gli attribuiamo pensieri, intenzioni e giudizi.

Soprattutto giudizi.

Perché uno dei grandi successi culturali del gatto contemporaneo nasce proprio dalla sua espressione apparentemente impassibile: mentre noi ci affanniamo, lui sembra guardarci chiedendosi perché mai gli esseri umani abbiano deciso di complicarsi tanto la vita.

Santi e Julio: chi ha scelto chi?

Torniamo allora sul Cammino di Santiago.

All’inizio della storia esiste un uomo che sta compiendo il proprio viaggio.

Poi compare un gatto.

Santi decide di seguirlo.

Da quel momento qualcosa cambia.

Julio rallenta.

Si ferma.

Va dal veterinario.

Compra ciò che serve al nuovo compagno di viaggio.

Quando Santi scompare, torna indietro.

Lo cerca.

Coinvolge altre persone.

Infine lo porta con sé.

Osservata da questa prospettiva, la vicenda assume un significato diverso.

Formalmente Julio ha adottato Santi.

Narrativamente, però, è quasi accaduto il contrario.

Santi ha scelto un essere umano e ha progressivamente modificato il suo comportamento.

È una rappresentazione quasi perfetta del potere felino.

Non la forza.

Non l’obbedienza imposta.

Non la subordinazione.

La capacità di ottenere qualcosa attraverso la relazione.

Un potere senza comando

Forse è proprio questa la caratteristica più interessante.

Il gatto esercita una particolare forma di potere perché raramente sembra voler comandare.

Non possiede autorità formale, naturalmente. Non può obbligarci a fare nulla.

Eppure noi facciamo moltissimo per lui.

Gli compriamo alimenti selezionati, giochi, tiragraffi, cucce che spesso ignora, fontanelle, trasportini e interi mobili progettati per permettergli di raggiungere punti della casa che, inevitabilmente, aveva già trovato il modo di raggiungere da solo.

Modifichiamo gli spazi.

Organizziamo le giornate.

Cerchiamo qualcuno che se ne occupi quando partiamo.

E soprattutto impariamo a interpretare una quantità sorprendente di segnali: un movimento della coda, una posizione delle orecchie, un miagolio diverso, uno sguardo.

Credevamo di addomesticare il gatto.

Nel frattempo, con molta discrezione, il gatto ha educato noi.

Il diritto di essere scelti

Ed è forse questo il segreto più profondo del rapporto.

Con molti animali cerchiamo l’affetto.

Con il gatto abbiamo spesso la sensazione di doverlo meritare.

Quando sale spontaneamente sulle nostre gambe, quando decide di dormire accanto a noi o quando attraversa una stanza piena di persone per raggiungerne una in particolare, interpretiamo quel comportamento come una scelta.

Ed essere scelti produce una gratificazione potente.

Santi ha portato questo meccanismo alle estreme conseguenze.

Tra tutte le persone che attraversavano il Cammino, ne ha seguita una.

Julio.

Per quindici chilometri.

A quel punto era difficile continuare a sostenere che si trattasse soltanto di una coincidenza.

Forse non abbiamo mai addomesticato davvero i gatti

La storia di Julio e Santi può allora essere letta come una piccola parabola contemporanea.

Per migliaia di anni abbiamo pensato di avere portato il gatto nelle nostre case.

Forse dovremmo considerare anche l’ipotesi opposta.

Il gatto si è avvicinato ai nostri villaggi perché gli conveniva.

È entrato nelle nostre abitazioni perché erano confortevoli.

Ha conquistato divani e letti perché erano decisamente migliori dei granai.

Infine è arrivato sui nostri smartphone, diventando uno dei protagonisti della cultura digitale.

Una scalata straordinaria, realizzata senza eserciti, rivoluzioni o dichiarazioni di indipendenza.

Semplicemente facendosi trovare indispensabile.

Ed è per questo che la storia arrivata dal Cammino di Santiago appare così emblematica.

Un uomo era partito per raggiungere una destinazione.

Un gatto ha deciso di seguirlo.

Alla fine l’uomo ha cambiato programmi, è tornato indietro per cercarlo e lo ha portato a casa.

Ufficialmente diciamo che Julio ha adottato Santi.

Ma chiunque abbia vissuto abbastanza a lungo con un gatto probabilmente sospetterà la verità.

Santi aveva scelto Julio molto prima che Julio capisse di aver scelto Santi.