Dalla singolare iniziativa dell’attore gallese al mercato degli NPL, dalle cartolarizzazioni al sovraindebitamento: dietro un gesto di solidarietà emerge una domanda economica. Quanto vale realmente un debito che difficilmente potrà essere integralmente recuperato?
Un milione di sterline di debiti acquistato con centomila sterline. E poi cancellato.
È difficile trovare un esempio più efficace per spiegare a chi non si occupa di finanza che il valore nominale di un credito e il suo valore economico possono essere due cose profondamente diverse.
Lo ha fatto Michael Sheen, attore gallese conosciuto internazionalmente per cinema e televisione, protagonista di un’iniziativa raccontata nel documentario Michael Sheen’s Secret Million Pound Giveaway. Sheen ha utilizzato 100.000 sterline del proprio denaro per acquistare sul mercato secondario circa un milione di sterline di debiti riconducibili a centinaia di persone del Galles meridionale, decidendo successivamente di cancellarli.
Il gesto ha un’indubbia valenza sociale. Ma, osservato dal punto di vista finanziario, pone una questione ancora più interessante.
Come è possibile acquistare per 100.000 sterline crediti che nominalmente valgono dieci volte tanto?
La risposta conduce direttamente nel mercato dei crediti deteriorati.
Il credito non vale necessariamente quanto il debito
Immaginiamo che una persona debba restituire 10.000 euro.
Per il debitore il punto di partenza resta quello: esiste un’obbligazione di 10.000 euro, oltre agli eventuali interessi e oneri previsti.
Per il creditore, però, quel credito potrebbe avere un valore economico molto inferiore.
Se il debitore ha smesso da tempo di pagare, dispone di un reddito modesto, possiede pochi beni aggredibili e il recupero richiede anni di procedure e ulteriori costi, la probabilità di incassare integralmente i 10.000 euro diminuisce.
Il valore economico del credito diventa quindi funzione non soltanto dell’importo nominale, ma della probabilità di recupero, dei tempi necessari, dei costi della riscossione e del rischio dell’operazione.
Ed è qui che nasce il mercato secondario.
Il creditore può preferire incassare immediatamente una somma molto più bassa, trasferendo a un altro soggetto il rischio e l’attività di recupero.
Il nuovo proprietario del credito cercherà invece di ottenere dal debitore un importo superiore al prezzo pagato.
La differenza rappresenta, semplificando, lo spazio economico entro il quale opera l’investitore.
La domanda che il caso Sheen inevitabilmente solleva
Ed è proprio qui che l’esperimento dell’attore gallese diventa interessante.
Se un credito nominale di 10.000 euro viene ceduto sul mercato, ipotizziamo, per 1.000 euro, nasce spontanea una domanda:
perché non consentire al debitore di chiudere la propria posizione pagando 1.500 o 2.000 euro?
Il creditore recupererebbe più di quanto avrebbe ottenuto dalla cessione e il debitore potrebbe liberarsi da un’obbligazione ormai divenuta insostenibile.
La realtà, naturalmente, è molto più complessa.
Le cessioni riguardano frequentemente portafogli composti da migliaia di posizioni. Il prezzo viene determinato sulla base delle caratteristiche complessive del portafoglio, delle probabilità statistiche di recupero, delle garanzie, dei tempi attesi e dei costi.
Non significa quindi che a ogni credito possa essere automaticamente attribuito lo stesso sconto applicato al portafoglio.
Ma la domanda resta.
Ed è una domanda che riguarda non soltanto la finanza, ma anche il rapporto tra efficienza del mercato e tutela del debitore.
Quando entrano in gioco le cartolarizzazioni
Il fenomeno diventa ancora più interessante quando dalla semplice cessione del credito si passa alla cartolarizzazione.
In estrema sintesi, un insieme di crediti viene trasferito a un veicolo appositamente costituito. Il veicolo finanzia l’acquisto attraverso l’emissione di titoli, il cui rimborso dipenderà dai flussi generati dal portafoglio acquistato.
Il credito originariamente nato, per esempio, dal rapporto tra una banca e una famiglia entra così all’interno di una struttura finanziaria più complessa.
In Italia uno dei riferimenti fondamentali è la legge n. 130 del 30 aprile 1999, che disciplina le operazioni di cartolarizzazione dei crediti.
Nel mercato degli NPL questo strumento ha assunto nel tempo particolare importanza, consentendo agli intermediari di trasferire consistenti portafogli di esposizioni deteriorate.
Non tutte le cartolarizzazioni, peraltro, sono identiche. Anche la disciplina della gestione dei crediti distingue oggi differenti strutture: la Banca d’Italia, ad esempio, evidenzia la differenza tra cartolarizzazioni con segmentazione del rischio e operazioni cosiddette monotranche, alle quali possono applicarsi regole differenti in materia di servicing.
Ma, osservando il fenomeno dalla parte del debitore, emerge un aspetto ancora più significativo.
Il credito cambia proprietario. Il debito rimane.
La famiglia continua ad avere un’obbligazione. Ciò che cambia è il soggetto economicamente interessato al suo recupero e, soprattutto, il valore attribuito dal mercato a quella posizione.
Dal valore nominale al valore di recupero
Possiamo rappresentare il fenomeno con un esempio volutamente semplice.
Una famiglia presenta un’esposizione di:
100.000 euro
Il creditore ritiene però che, considerando probabilità di recupero, tempi, costi e rischio, quella posizione abbia un valore economico molto inferiore.
Il credito viene inserito in un portafoglio ceduto a valori significativamente inferiori al nominale.
Per il debitore, tuttavia, l’obbligazione non si riduce automaticamente nella stessa proporzione.
Ed ecco apparire quello che potremmo definire il paradosso del debito deteriorato:
quanto minore diventa il valore economico del credito per chi lo vende, tanto maggiore può risultare la distanza rispetto al valore del debito che continua a gravare sul debitore.
Non c’è nulla di anomalo, sotto il profilo economico, nell’esistenza di questa differenza. Chi acquista assume rischi, sostiene costi e immobilizza capitale nella prospettiva di conseguire un rendimento.
Ma quella distanza apre inevitabilmente uno spazio per interrogarsi sulla possibilità di trovare soluzioni negoziali.
Quando il problema non è più il credito ma il sovraindebitamento
C’è poi un ulteriore passaggio.
Dietro una posizione deteriorata non sempre esiste un debitore che semplicemente non vuole pagare.
Può esserci una famiglia che ha subito una perdita del lavoro, una riduzione del reddito, una separazione, l’aumento improvviso delle spese oppure che ha progressivamente accumulato finanziamenti, carte revolving e altre obbligazioni fino a perdere la capacità di farvi fronte.
È il territorio del sovraindebitamento.
L’ordinamento italiano ha progressivamente riconosciuto che esistono situazioni nelle quali la semplice prosecuzione indefinita delle attività di recupero non rappresenta necessariamente la soluzione economicamente e socialmente migliore.
La disciplina, originariamente sviluppatasi con la legge n. 3 del 2012, è oggi confluita nel Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.
Il Codice definisce il sovraindebitamento come lo stato di crisi o insolvenza del consumatore, del professionista, dell’imprenditore minore, dell’imprenditore agricolo e degli altri debitori non assoggettabili alle maggiori procedure liquidatorie.
Per queste situazioni sono previsti diversi strumenti, tra i quali la ristrutturazione dei debiti del consumatore, il concordato minore, la liquidazione controllata e, ricorrendone le condizioni, l’esdebitazione.
Il principio sottostante è importante: può arrivare un momento nel quale occorre riconoscere che pretendere indefinitamente l’integrale pagamento di debiti ormai incompatibili con la capacità economica del soggetto non produce necessariamente valore.
Il debitore non è soltanto un numero in un portafoglio
Ed è forse questo il collegamento più interessante tra il sovraindebitamento e il mercato degli NPL.
Nella cartolarizzazione il credito viene necessariamente analizzato anche attraverso modelli statistici: probabilità di recupero, valore delle garanzie, tempi delle procedure, collection rate, costi del servicing.
È inevitabile.
Ma dietro ciascuna posizione continua a esserci una persona, una famiglia o un’impresa.
Se il mercato riconosce che quel credito vale economicamente molto meno del suo nominale, può avere senso domandarsi se una parte di quella differenza non possa essere utilizzata per favorire soluzioni sostenibili per entrambe le parti.
Non necessariamente cancellando il debito, come ha fatto Michael Sheen.
Potrebbe significare favorire maggiormente accordi transattivi, piani di rientro sostenibili, ristrutturazioni o soluzioni che consentano al debitore meritevole di uscire definitivamente da una condizione di indebitamento non più gestibile.
Non trasformare però il debitore nel creditore
Occorre evitare anche l’eccesso opposto.
Il sistema finanziario non potrebbe funzionare se ogni debitore potesse pretendere di riacquistare automaticamente il proprio credito al prezzo pagato dall’investitore.
Un simile meccanismo potrebbe alterare profondamente il mercato, incidere sulla formazione dei prezzi e creare comportamenti opportunistici.
Il credito ha un costo e il mancato pagamento produce conseguenze economiche.
La tutela del debitore non può quindi significare la cancellazione generalizzata delle obbligazioni.
Ma tra questi due estremi — pretendere sempre il 100% oppure cancellare indiscriminatamente i debiti — esiste uno spazio molto ampio.
Ed è proprio quello spazio che dovrebbe interessare maggiormente economisti, banche, servicer, legislatori e organismi chiamati a gestire le crisi da sovraindebitamento.
Una seconda possibilità può avere anche un valore economico
L’esdebitazione viene talvolta interpretata esclusivamente come una misura sociale.
In realtà possiede anche una precisa logica economica.
Una persona condannata per molti anni a inseguire un debito sostanzialmente irrecuperabile rischia di rimanere ai margini del circuito economico regolare.
Liberare, a determinate condizioni, il debitore meritevole dai debiti che non è realisticamente in grado di soddisfare significa consentirgli di tornare a lavorare, consumare, risparmiare e utilizzare normalmente il sistema finanziario.
È la logica del fresh start: non dimenticare il debito, ma riconoscere che anche l’insolvenza deve avere, in determinate circostanze, un punto di arrivo.
La lezione delle centomila sterline
Michael Sheen ha scelto la soluzione più radicale: comprare il debito e cancellarlo.
Naturalmente non è un modello replicabile su larga scala e non può essere affidata alla generosità di attori, imprenditori o filantropi la soluzione del problema dell’indebitamento delle famiglie.
Ma l’esperimento ha avuto il merito di rendere visibile qualcosa che normalmente rimane confinato nei bilanci delle banche, nei contratti di cessione, nelle cartolarizzazioni e nei modelli finanziari degli investitori.
Un credito da un milione non necessariamente vale un milione.
E allora la domanda finale non è se tutti i debiti debbano essere cancellati.
È un’altra:
quando il mercato ha già riconosciuto che un credito vale soltanto una frazione del suo valore nominale, quanta parte di quella differenza potrebbe essere utilizzata per costruire una soluzione sostenibile anche per il debitore?
Forse è proprio qui che il gesto di Michael Sheen smette di essere soltanto una bella storia.
E diventa una domanda rivolta al sistema finanziario.