Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

In giro per il mondo – Cile, il Paese degli estremi: dal deserto di Atacama ai ghiacciai della Patagonia

Cile, viaggio dalla magia dell’Atacama ai ghiacci della Patagonia

Stretto tra le Ande e l’Oceano Pacifico, il Cile Paese degli estremi si allunga per oltre 4.300 chilometri attraversando deserti, città, vigneti, laghi, vulcani e ghiacciai. Un Paese che sembra contenerne molti altri e che obbliga il viaggiatore a cambiare continuamente paesaggio, clima e prospettiva. E quando si arriva alla fine rimane una scelta: attraversare le Ande verso l’Argentina oppure volare in mezzo al Pacifico, verso Rapa Nui. Ma quelle saranno altre storie.

Un Paese lungo quanto un continente

Ci sono Paesi che si possono raccontare attraverso una città, un monumento o un paesaggio. Il Cile no. Basta osservare una carta geografica per comprenderne la particolarità: una lunghissima striscia di terra compressa tra la Cordigliera delle Ande e l’Oceano Pacifico, che dal confine con il Perù scende fino alle regioni più meridionali della Patagonia.

È proprio questa geografia estrema a determinarne il fascino. A nord incontriamo l’Atacama, uno dei luoghi più aridi della Terra. Al centro troviamo Santiago, Valparaíso e alcune delle più importanti regioni vinicole sudamericane. Procedendo verso sud compaiono boschi, laghi e vulcani. Ancora più lontano il territorio comincia a frantumarsi in fiordi e isole, fino alla Patagonia e allo Stretto di Magellano.

E poi c’è Chiloé, raggiungibile con un breve traghetto, che sembra quasi appartenere a un’altra dimensione: palafitte, chiese in legno, villaggi di pescatori e un immaginario popolato da leggende, stregoni e navi fantasma. È quindi inutile pensare di conoscere davvero il Cile attraverso una visita di pochi giorni. Le distanze sono enormi e il viaggio deve essere costruito selezionando le tappe. Ma è proprio questo continuo cambiamento a renderlo affascinante.

Come arrivare

Per chi arriva dall’Europa la porta d’ingresso naturale è Santiago del Cile, attraverso l’aeroporto internazionale Arturo Merino Benítez. Tra le compagnie che normalmente collegano l’Europa al Cile figurano Iberia e LATAM, direttamente o attraverso i rispettivi hub e collegamenti partner. Una volta raggiunta la capitale, l’aereo diventa quasi inevitabilmente parte del viaggio. Le distanze tra nord, centro e Patagonia sono tali che tentare di percorrere tutto via terra richiederebbe molto tempo. Per raggiungere San Pedro de Atacama, per esempio, si vola normalmente da Santiago a Calama, per poi proseguire via terra per circa un’ora e venti minuti. Per la Patagonia meridionale si utilizzano invece gli aeroporti di Punta Arenas o, secondo il periodo e i collegamenti disponibili, Puerto Natales. Il consiglio è quindi di combinare voli interni e spostamenti terrestri, utilizzando automobile o autobus nei percorsi nei quali il paesaggio costituisce esso stesso una parte importante del viaggio.

Quando andare

Qui la risposta diventa meno semplice. Il Cile attraversa latitudini talmente differenti che non esiste una stagione perfetta per tutto il Paese. Se l’obiettivo è costruire un grande viaggio che comprenda anche la Patagonia, sceglierei la primavera e l’estate australe, indicativamente tra novembre e marzo. Le giornate più lunghe e le condizioni generalmente più favorevoli rendono questo periodo particolarmente adatto alle regioni meridionali. L’Atacama, invece, può essere visitato durante gran parte dell’anno, tenendo presente la forte escursione termica tra giorno e notte e l’altitudine di alcune escursioni. La Patagonia merita un’avvertenza particolare. Anche durante la stagione migliore il tempo può cambiare rapidamente. Vento, pioggia e improvvisi abbassamenti della temperatura fanno parte dell’esperienza. Per un itinerario completo sceglierei quindi fine novembre, dicembre oppure marzo, cercando un compromesso tra le differenti regioni.

 Santiago: cominciare dalla capitale

Santiago viene talvolta utilizzata soltanto come punto di transito. Sarebbe un peccato. È una metropoli moderna, distesa ai piedi delle Ande, e rappresenta una buona introduzione alla storia e alle contraddizioni del Paese. Comincerei dal centro storico, con Plaza de Armas, la Cattedrale e il Museo Cileno de Arte Precolombiano, per poi raggiungere il Palacio de La Moneda, luogo inevitabilmente legato anche alla drammatica storia cilena del Novecento.

Ma c’è una particolarità che il viaggiatore può incontrare già al suo arrivo in aeroporto e che racconta qualcosa del rapporto del Cile con il proprio territorio. Al ritiro dei bagagli non è raro vedere all’opera i cani addestrati del Servicio Agrícola y Ganadero – SAG, utilizzati per individuare prodotti alimentari, vegetali o di origine animale introdotti nel Paese senza essere stati dichiarati. Il Cile applica infatti controlli particolarmente rigorosi all’ingresso di alimenti, semi, piante e prodotti agricoli. Non è semplice burocrazia.

La particolare conformazione geografica del Paese – protetto dalle Ande, dal Pacifico, dal deserto e dai territori australi – ha contribuito a creare condizioni fitosanitarie che le autorità cercano di preservare dall’introduzione di parassiti e malattie. È bene quindi ricordare una regola molto semplice: se si entra in Cile con prodotti alimentari o di origine vegetale o animale, bisogna verificare preventivamente le regole e dichiarare ciò che viene richiesto.

Quei cani che si muovono tra le valigie diventano così il primo, curioso incontro con una caratteristica del Paese: l’attenzione quasi gelosa con cui il Cile protegge il proprio patrimonio agricolo. Ma Santiago va osservata anche dall’alto. Il Cerro San Cristóbal permette di comprendere la geografia della città e, nelle giornate limpide, di vedere la barriera delle Ande che sembra quasi chiuderla verso oriente. Poi ci sono i quartieri. Bellavista conserva un’anima più bohémien, Lastarria mescola cultura, ristoranti e vita urbana, mentre altre zone raccontano il volto contemporaneo di una capitale molto diversa dall’immagine tradizionale del Sud America. Ma non resterei troppo a lungo. Perché poche ore di strada ci separano da una città completamente diversa.

Valparaíso: una città verticale dipinta davanti al Pacifico

Se Santiago guarda verso le Ande, Valparaíso guarda il mare. E cambia tutto.

Le case colorate sembrano arrampicarsi sulle colline, le strade salgono e scendono continuamente e la città sembra essere stata costruita più in verticale che in orizzontale. Per comprenderla bisogna abbandonare l’idea di seguire un itinerario ordinato. Bisogna camminare, salire, scendere e soprattutto perdersi. I Cerros Alegre e Concepción rappresentano probabilmente il punto migliore dal quale cominciare. Scalinate, piccole piazze, case colorate e improvvise aperture sulla baia compongono un paesaggio urbano continuamente diverso. Ma ciò che colpisce maggiormente sono i murales. A Valparaíso la street art non appare come una decorazione aggiunta alla città: sembra farne parte. Facciate, muri, scalinate e interi edifici diventano tele sulle quali artisti cileni e internazionali hanno lasciato immagini, personaggi, colori e messaggi politici e sociali. Camminando si finisce per cercare il murale successivo quasi quanto un monumento. E poi ci sono gli ascensores, le storiche funicolari che dalla fine dell’Ottocento hanno consentito agli abitanti di superare i forti dislivelli tra la zona portuale e le colline. Alcuni continuano ancora oggi a trasportare passeggeri e salirvi significa compiere un piccolo viaggio nella storia della città. Le cabine risalgono lentamente il pendio mentre il porto si allontana sotto di noi e il Pacifico compare improvvisamente tra i tetti. È forse questa la vera immagine di Valparaíso: una città che bisogna continuamente salire per poterla guardare. E poi raggiungerei La Sebastiana, una delle case di Pablo Neruda. Dalle sue finestre si comprende perfettamente perché il poeta fosse affascinato da questa città apparentemente disordinata eppure capace di costruire una propria sorprendente armonia. Valparaíso non è bella nel senso tradizionale del termine. È irregolare, colorata, a tratti decadente, piena di contrasti. Ed è proprio per questo che difficilmente si dimentica.

Prima di partire verso nord: il vino cileno

Tra Santiago e la costa si estendono alcune delle grandi aree vinicole del Cile. Vale la pena dedicare almeno una giornata a una viña, senza trasformare la visita in una semplice degustazione. Il vino racconta infatti una parte importante dell’economia e della cultura cilena. Cabernet Sauvignon, Carménère, Sauvignon Blanc e altre varietà hanno trovato nelle differenti condizioni climatiche del Paese ambienti particolarmente favorevoli. Il Carménère, in particolare, è diventato quasi un simbolo enologico del Cile. La zona centrale consente facilmente di abbinare Santiago, Valparaíso e le vallate vinicole in un’unica parte del viaggio. Poi prenderei un aereo. Perché ci aspetta uno dei cambiamenti di scenario più radicali dell’intero itinerario.

San Pedro de Atacama: quando sembra di essere su un altro pianeta

Atterrare a Calama e proseguire verso San Pedro de Atacama significa entrare progressivamente in un paesaggio nel quale tutto sembra ridursi agli elementi essenziali. Terra. Roccia. Sale. Vulcani. Cielo. San Pedro è una piccola oasi diventata la base principale per esplorare il deserto di Atacama. Il Valle de la Luna sembra appartenere a un altro pianeta. Le formazioni rocciose, il sale e la quasi totale assenza di vegetazione creano un paesaggio che cambia colore con l’abbassarsi del sole. Poi ci sono le lagune dell’altopiano, i fenicotteri, le distese saline e i vulcani. E soprattutto i Geyser del Tatio. Bisogna partire quando è ancora notte e salire oltre i 4.000 metri.

All’alba, con temperature che possono essere molto basse, colonne di vapore emergono dal terreno mentre lentamente arriva la luce. Qui però occorre rispettare l’altitudine. Non programmerei le escursioni più elevate appena arrivati. Concederei al corpo il tempo necessario per acclimatarsi.

E quando arriva la notte, bisogna guardare in alto

C’è un’altra ragione per venire nell’Atacama. Il cielo. L’aridità, l’altitudine e la scarsa illuminazione artificiale hanno reso questa regione uno dei luoghi più straordinari al mondo per l’osservazione astronomica. Una notte lontano dalle luci di San Pedro può diventare uno dei ricordi più intensi del viaggio. Dopo avere trascorso la giornata osservando una terra che sembra appartenere a un altro pianeta, la sera si finisce inevitabilmente per guardare verso altri mondi.

Verso sud: laghi, boschi e vulcani

Il Cile non passa direttamente dal deserto alla Patagonia. Tra i due estremi esiste un’altra regione che merita tempo. Scendendo verso Puerto Varas, il paesaggio cambia completamente. Arrivano acqua, boschi e vulcani. Il lago Llanquihue e il profilo quasi perfetto del vulcano Osorno costruiscono uno degli scenari più riconoscibili del Cile meridionale. Da qui si possono esplorare laghi, cascate, piccoli centri e paesaggi completamente diversi da quelli incontrati nell’Atacama. Ma prima di proseguire verso sud farei una deviazione. Perché a poca distanza ci aspetta uno dei luoghi più particolari del viaggio.

Chiloé: l’isola dove le leggende sono ancora vive

Dalla regione dei laghi vale la pena raggiungere Chiloé, separata dal continente dal Canale di Chacao e facilmente raggiungibile in traghetto. Il breve attraversamento è sufficiente per avere la sensazione di entrare in un’altra dimensione. Chiloé non è semplicemente un’isola. È un piccolo mondo che per secoli ha sviluppato tradizioni, architettura, cucina e perfino un immaginario fantastico propri. Ci sono le celebri palafitos, le case colorate costruite su pali lungo l’acqua, particolarmente caratteristiche a Castro. Ci sono le chiese in legno, alcune delle quali riconosciute dall’UNESCO, testimonianza dell’incontro tra la tradizione religiosa introdotta dai missionari e le tecniche costruttive locali. Ci sono piccoli porti, barche, mercati, boschi e una luce che cambia continuamente con il clima del Pacifico. Ma soprattutto ci sono le leggende. Chiloé possiede uno dei patrimoni mitologici più affascinanti del Sud America. Per generazioni gli abitanti hanno raccontato storie di stregoni, creature misteriose e navi fantasma. C’è il Caleuche, il vascello fantasma che secondo la leggenda naviga di notte tra le isole avvolto nella nebbia, trasportando spiriti e apparendo soltanto per pochi istanti prima di scomparire.

C’è la Pincoya, figura femminile legata al mare e alla sua generosità, la cui danza avrebbe annunciato abbondanza o scarsità della pesca. E soprattutto esiste una lunga tradizione legata ai brujos, gli stregoni di Chiloé, intorno ai quali nacquero racconti così radicati nell’immaginario locale da intrecciarsi persino con vicende giudiziarie realmente avvenute nel XIX secolo. Non importa naturalmente credere a queste storie. Ciò che conta è comprenderne il significato. In un territorio insulare, per secoli relativamente isolato, circondato dall’oceano e spesso avvolto da pioggia e nebbia, il confine tra realtà e immaginazione è diventato parte dell’identità collettiva. E forse il fascino di Chiloé nasce proprio da qui. Si arriva con un traghetto e si ha la sensazione di essere approdati in un luogo nel quale le storie continuano ad abitare accanto alle persone. Prima di ripartire bisogna però provare il curanto, uno dei piatti simbolo dell’isola, tradizionalmente preparato cuocendo insieme molluschi, carne, patate e altri ingredienti. Poi possiamo tornare sul continente. Perché ancora più a sud ci aspetta la Patagonia.

Patagonia: dove il viaggio incontra il vento

Arrivare in Patagonia dopo essere stati nell’Atacama significa quasi dimenticare di trovarsi nello stesso Paese. Pochi giorni prima camminavamo tra sale, rocce e territori nei quali la pioggia è quasi un’eccezione. Adesso siamo circondati da laghi, montagne, ghiacciai e corsi d’acqua. È forse proprio qui che si comprende davvero il Cile: non osservando un singolo paesaggio, ma ricordando quello che abbiamo lasciato migliaia di chilometri più a nord. Gli spazi diventano enormi. Le distanze cambiano significato. Il vento diventa una presenza costante. Puerto Natales rappresenta la base naturale per raggiungere uno dei luoghi più spettacolari dell’intero viaggio: il Parco Nazionale Torres del Paine. Montagne di granito, laghi turchesi, ghiacciai, steppe e boschi convivono in uno spazio straordinariamente concentrato. Le celebri Torres dominano il paesaggio, ma ridurre il parco alla loro fotografia sarebbe un errore. C’è il Glaciar Grey. Ci sono i laghi Pehoé e Nordenskjöld. Ci sono guanachi, condor e, con molta fortuna, puma. E soprattutto c’è quella sensazione di trovarsi in un territorio nel quale la presenza umana torna improvvisamente a essere marginale. Non è necessario affrontare trekking di più giorni per comprenderne il fascino. Anche chi preferisce un viaggio meno impegnativo può organizzare escursioni giornaliere, navigazioni e percorsi relativamente accessibili. L’importante è non avere fretta.

Punta Arenas e lo Stretto di Magellano

Proseguendo ancora verso sud arriviamo a Punta Arenas. Qui il nome stesso dello Stretto di Magellano riporta immediatamente alla storia delle grandi esplorazioni. Prima dell’apertura del Canale di Panama, attraversare queste acque significava trovare un passaggio tra Atlantico e Pacifico evitando il ben più difficile Capo Horn. Oggi Punta Arenas è anche punto di partenza per esplorare altre aree della Patagonia, raggiungere la Terra del Fuoco e, per chi vuole spingersi ancora oltre, avvicinarsi all’Antartide. Ma per il nostro viaggio ci fermeremo qui. O forse no.

Cosa mangiare: il Cile arriva anche a tavola

La cucina cilena è meno conosciuta in Italia rispetto a quella di altri Paesi sudamericani, ma riflette perfettamente la geografia del territorio. Comincerei dalle empanadas de pino, ripiene generalmente di carne, cipolla, uovo e olive. Poi il pastel de choclo, preparato con mais e un ripieno saporito di carne, e la cazuela, una zuppa sostanziosa che cambia ingredienti secondo le regioni. Lungo la costa diventano protagonisti pesce e frutti di mare. In Patagonia compare inevitabilmente l’agnello patagonico. A Chiloé incontriamo invece il curanto, che rappresenta quasi un rito collettivo oltre che un piatto. E naturalmente c’è il vino. Un viaggio in Cile senza assaggiare il Carménère perderebbe qualcosa del Paese. Ma proverei anche il pisco sour cileno, pur sapendo di entrare in una disputa che sarebbe meglio non affrontare con un peruviano seduto allo stesso tavolo.

Quanto tempo dedicare al Cile

Percorrere il Cile da nord a sud richiede voli, collegamenti e una pianificazione attenta. Per il viaggio che abbiamo raccontato, non scenderei sotto le tre settimane abbondanti. Personalmente dedicherei 22-23 giorni, in modo da non trasformare Chiloé o la Patagonia in semplici tappe da attraversare rapidamente.

Costruirei il viaggio così

Giorni 1-3 – Santiago

Centro storico, Plaza de Armas, La Moneda, Cerro San Cristóbal, Bellavista e Lastarria.

Giorni 4-5 – Valparaíso e valle del vino

Cerros Alegre e Concepción, ascensores, murales, La Sebastiana e una visita a una viña.

Giorni 6-9 – San Pedro de Atacama

Valle de la Luna, Salar de Atacama, lagune altiplaniche, Geyser del Tatio e osservazione astronomica.

Giorni 10-12 – Puerto Varas e regione dei laghi

Lago Llanquihue, vulcano Osorno, cascate e paesaggi della regione.

Giorni 13-14 – Chiloé

Castro, palafitos, chiese in legno, villaggi, cultura e cucina chilota.

Giorni 15-19 – Puerto Natales e Torres del Paine

Almeno tre giornate effettive per il parco, il Glaciar Grey, i laghi e le principali escursioni.

Giorni 20-21 – Punta Arenas e Stretto di Magellano

Giorno 22 – rientro a Santiago

Giorno 23 – giornata di margine e partenza internazionale

Tre settimane possono sembrare molte. Davanti a un Paese lungo oltre 4.300 chilometri, improvvisamente sembrano poche. E adesso? Due strade completamente diverse Arrivati alla fine del Cile geografico, il viaggio potrebbe terminare. Ma sarebbe quasi un peccato. Esistono almeno due modi completamente diversi di continuarlo. Il primo consiste nell’attraversare idealmente le Ande e proseguire verso l’Argentina.  Patagonia argentina, Buenos Aires e gli altri grandi territori del Paese meriterebbero però un viaggio autonomo. E quindi, per ora, non li racconteremo. L’altra possibilità è ancora più sorprendente. Tornare a Santiago, salire su un aereo e volare verso ovest, addentrandosi nell’Oceano Pacifico. È infatti da Santiago che parte il collegamento per Rapa Nui, distante circa 3.700 chilometri dalla costa continentale.

Ma anche qui ci fermiamo. Perché Rapa Nui non può essere trattata come l’ultima escursione di un viaggio in Cile. I moai, i vulcani, la cultura polinesiana, l’isolamento e la storia di quell’isola richiedono un racconto completamente diverso. E arriverà il momento di farlo.

Un Paese che sembra non finire mai

Forse il ricordo più forte che lascia il Cile è proprio la difficoltà di racchiuderlo in un’unica immagine. Quale sarebbe? Il silenzio dell’Atacama? Le case colorate di Valparaíso? Un bicchiere di Carménère davanti alle Ande? Il cono innevato dell’Osorno? Le palafitte di Chiloé? Il vento della Patagonia? Il ghiaccio del Grey? Probabilmente nessuna di queste immagini, presa singolarmente, riesce a raccontarlo. Il Cile è soprattutto il viaggio tra l’una e l’altra. È partire da uno dei deserti più aridi del pianeta e ritrovarsi, qualche giorno dopo, davanti a un ghiacciaio. È avere quasi sempre da una parte l’oceano e dall’altra le Ande e scoprire che, nonostante questa apparente semplicità geografica, il paesaggio continua a cambiare. E quando pensiamo di essere arrivati alla fine, scopriamo che esistono ancora due strade. Una supera le Ande e conduce verso l’Argentina. L’altra attraversa migliaia di chilometri di Pacifico e conduce verso Rapa Nui. Noi, questa volta, ci fermiamo qui.

Perché viaggiare significa anche questo: sapere che oltre l’ultimo luogo che abbiamo raggiunto ce n’è sempre un altro che aspetta di essere raccontato.

E sarà proprio da lì che, prima o poi, riprenderemo il nostro In giro per il mondo.