Ci sono forme di manipolazione sottile che risulta difficile riconoscere e che minano la propria autostima e il modo di percepire la realtà e le relazioni interpersonali. Tra di esse vi annovera il gaslighting che erroneamente molti pensano sia circoscritto solo nei rapporti di coppia ma in realtà riguarda anche le relazioni famigliari e amicali.
In questo periodo storico in cui molte relazioni interpersonali sono veicolate dall’uso della tecnologia, delle chat e dei social networks queste forme di manipolazione caratterizzano anche gli stili comunicativi.
Per fare chiarezza sull’argomento abbiamo intervistato la Dottoressa Agnese Cannistraci – Psicologa, Psicoterapeuta e Direttrice clinica in Serenis.
Cosa si intende per gaslighting?
Il gaslighting è una forma di manipolazione psicologica e di abuso emotivo molto insidiosa. Il termine deriva dal dramma teatrale – e poi film – Gaslight del 1944, in cui un marito manipolava la moglie abbassando gradualmente le luci a gas della casa e negando che stesse accadendo, fino a farle credere di stare perdendo la lucidità. Si verifica quando una persona cerca intenzionalmente di far dubitare l’altro della propria percezione della realtà, della sua memoria o persino della sua stabilità mentale. L’obiettivo – spesso inconsapevole, a volte deliberato – del manipolatore è quello di acquisire potere e controllo all’interno della relazione, rendendo la vittima confusa, insicura e profondamente dipendente.
Perché è così difficile riconoscerlo?
È molto difficile da riconoscere perché non avviene da un giorno all’altro: è un processo lento e graduale. Spesso, soprattutto nelle relazioni di coppia, è preceduto dal love bombing: una fase in cui si viene sommersi di attenzioni e affetto, che crea un forte legame e una dipendenza emotiva. Solo in seguito iniziano le svalutazioni e le distorsioni della realtà: “Non è mai successo”, “Ti inventi le cose”. Un elemento che rende tutto ancora più difficile è il meccanismo del dubbio intermittente: il manipolatore alterna momenti di calore e momenti di svalutazione, generando confusione e rafforzando paradossalmente il legame – un meccanismo simile al rinforzo intermittente. Questo spiega perché la vittima non riesce semplicemente ad “andarsene”. La persona manipolata, disorientata, finisce piano piano per credere che il problema sia davvero il proprio modo di vedere le cose, motivo per cui non smette solo di fidarsi della propria memoria, ma smette anche di riconoscere le proprie emozioni come segnali validi.
Chi sono le potenziali vittime di questo tipo di manipolazione?
Non esiste un “profilo perfetto”: può capitare a chiunque. Tuttavia ci sono vulnerabilità che possono rendere più esposti a queste dinamiche. Spesso le persone che ne sono vittime hanno una bassa autostima, una forte dipendenza affettiva, o una spiccata empatia e propensione a dare fiducia al prossimo. Anche l’assenza di una solida rete di supporto sociale o l’aver vissuto traumi passati possono rendere più difficile riconoscere i campanelli d’allarme. È importante aggiungere, però, che il gaslighting avviene spesso in contesti dove esiste già uno squilibrio di potere, non solo emotivo, ma strutturale: una dipendenza economica, un’asimmetria di ruolo, una disparità sociale. Un altro elemento di cui tener conto è il contesto culturale e di genere: le donne sono statisticamente più colpite nelle relazioni, anche perché etichette come “sei troppo emotiva” o “esageri sempre” sono già socialmente normalizzate – il che rende il gaslighting ancora più invisibile e difficile da nominare. Infine, è importante considerare che la vulnerabilità non è necessariamente una caratteristica stabile della persona: dipende molto dal momento della vita che sta attraversando. Un lutto, una malattia, una transizione lavorativa, una separazione (periodi in cui le risorse emotive sono già messe a dura prova) possono abbassare la soglia di riconoscimento e rendere più difficile reagire. La stessa persona, in un momento di maggiore stabilità e risorse, avrebbe potuto accorgersi prima di ciò che stava accadendo o rispondere in modo diverso. Questo è un aspetto fondamentale, perché ci ricorda che spesso non si tratta di una fragilità intrinseca, ma di un incontro tra una dinamica manipolativa e un momento di particolare esposizione.
Nel rapporto genitore – figlio quali sono le dinamiche del gaslighter?
Il gaslighting non avviene solo nella coppia, ma è frequente anche in famiglia. Un genitore può attuare questa dinamica invalidando costantemente le emozioni del figlio. Frasi come “Sei troppo sensibile”, “Esageri sempre”, o il negare eventi e promesse del passato, sono tutte forme di gaslighting. Crescere in un ambiente dove i propri vissuti non vengono riconosciuti crea una profonda insicurezza nel giovane, che da adulto farà molta fatica a fidarsi del proprio giudizio e a riconoscere i propri bisogni. Clinicamente, possiamo far riferimento all’invalidazione emotiva cronica (un concetto approfondito dalla psicologa Marsha Linehan) che può contribuire allo sviluppo di una profonda insicurezza, di schemi di iper-adattamento, o in alcuni casi di tratti più strutturati legati alla difficoltà di regolazione emotiva. C’è inoltre un effetto transgenerazionale importante: chi è cresciuto in questo tipo di ambiente tende a normalizzare dinamiche simili nelle relazioni adulte, proprio perché le ha interiorizzate come il modo “normale” di relazionarsi. Non le riconosce come abusive, perché sono sempre state la sua unica mappa del mondo affettivo.
Invece, nei rapporti virtuali o nella comunicazione digitale, chi cancella i propri messaggi in una chat può essere ritenuto un potenziale gaslighter?
Sì, se questo gesto viene usato come strumento per distorcere la realtà. La tecnologia offre nuovi modi per manipolare: se una persona cancella un messaggio per nascondere un’evidenza e, quando le viene fatto notare, nega categoricamente, potrebbe star mettendo in atto una vera e propria dinamica di gaslighting. Ma il digitale offre anche altri strumenti di manipolazione: pensiamo al breadcrumbing intenzionale (mandare segnali volutamente ambigui per poi negarli) o all’uso selettivo della cronologia di una conversazione per riscrivere i fatti a proprio vantaggio. Il paradosso del gaslighting digitale è proprio questo: il mezzo lascerebbe tracce oggettive, ma quelle stesse tracce possono essere manipolate o negate. Lo scopo è sempre lo stesso: confondere l’altro e farlo dubitare della propria lucidità.
Come difendersi da questo tipo di manipolazione? Ci sono delle strategie efficaci?
La strategia principale è ritrovare un ancoraggio con i “dati di realtà”. Un consiglio utile è raccogliere prove oggettive: tenere un diario in cui annotare i fatti per come si sono svolti, salvare messaggi, fare screenshot. Questo aiuta a non cedere al dubbio quando il manipolatore proverà a cambiare le carte in tavola. È fondamentale, inoltre, rompere l’isolamento: parlare con amici, familiari o persone di fiducia permette di avere un punto di vista esterno e oggettivo. C’è però un segnale spesso sottovalutato a cui imparare a prestare attenzione: le proprie reazioni fisiche. Il corpo registra il disagio prima ancora che la mente riesca a elaborarlo. Sentirsi costantemente tesi, ansiosi, o inspiegabilmente “in colpa” dopo ogni interazione con una determinata persona è un segnale prezioso da non ignorare. Imparare a ricollegarsi a queste sensazioni è un primo modo per ritrovare se stessi, senza dover aspettare di avere “prove” da esibire.
Quando è utile l’aiuto di un professionista?
La terapia offre prima di tutto uno spazio sicuro e privo di giudizio, dove le emozioni della persona non vengono mai invalidate – il che, per chi ha vissuto gaslighting, ha già di per sé un valore terapeutico profondo. Un ostacolo frequente è che molte persone arrivano in terapia già convinte di essere “il problema”: è esattamente questo l’effetto del gaslighting, ha funzionato così bene da far credere alla vittima che la colpa sia sua. Inoltre, è importante sapere che l’esposizione prolungata a questo tipo di manipolazione può configurarsi come un vero e proprio trauma relazionale, con effetti simili al PTSD: intrusioni, ipervigilanza, difficoltà di fiducia. Un approccio utile, soprattutto nei casi più critici, può essere quello orientato al trauma (trauma-informed) che riconosca non solo i sintomi, ma la loro origine relazionale. Il percorso terapeutico diventa allora uno spazio per ricostruire l’autostima, riprendere contatto con i propri bisogni e trovare le risorse per uscire da una dinamica tossica.














