Esiste un tacito accordo, un filo rosso invisibile che unisce le narrazioni di ogni tempo e latitudine: la felicità assoluta non abita le pagine della grande letteratura.
Se la vita quotidiana ci spinge a inseguire un ideale di appagamento totale e costante, i libri specchio deformante ma sincero dell’animo umano sembrano sussurrarci l’esatto contrario. Raggiungere la felicità perfetta non solo è un’illusione, ma è un’anomalia pericolosa per la narrazione stessa.
Il sospetto che la troppa fortuna porti con sé una sventura imminente affonda le sue radici nell’antichità classica. Nel suo saggio È pericoloso essere felici, il filologo Dino Baldi esplora il concetto greco di phthonos theon, l’invidia degli dei. Per il mondo arcaico, l’universo tende a un ordine neutro, medio; quando un uomo eccede nella felicità o nel successo, rompe questo equilibrio, attirando su di sé la punizione divina.
L’esempio emblematico è la storia di Policrate, tiranno di Samo raccontata da Erodoto. Preoccupato per la sua troppa fortuna, il sovrano tenta di “compensare” l’equilibrio cosmico gettando in mare un preziosissimo anello. Quando il mare glielo restituisce nel ventre di un pesce, il destino è segnato: gli dei rifiutano il compromesso, e la sua fine sarà tragica.
Questo timore ancestrale resiste nei secoli e si ritrova intatto persino nella letteratura contemporanea o nel realismo novecentesco. Basti pensare ad Aspetta primavera, Bandini di John Fante: quando Svevo Bandini si trova davanti all’inattesa ricchezza e bellezza di una vedova americana, la sua prima reazione non è la gioia, ma l’incredulità e la diffidenza. Il troppo benessere “ostruisce l’immaginazione”, fa paura, sembra l’anticamera di un inganno.
Se nel mondo antico la felicità era un’eccezione pericolosa che sfidava gli dei, nell’Ottocento la società borghese e capitalistica ha provato a istituzionalizzarla, trasformandola persino in un diritto inalienabile (come nella Dichiarazione d’Indipendenza americana). Nei romanzi di quell’epoca, la felicità coincideva spesso con l’integrazione sociale: il matrimonio riparatore, l’eredità inaspettata, il successo finanziario.
Eppure, a guardare bene, i grandi autori si fermano sempre un attimo prima. Il lieto fine non è mai l’inizio del racconto della felicità, bensì il punto in cui la storia si interrompe. Alessandro Manzoni, nel congedarsi dai lettori alla fine de I promessi sposi, descrive la vita successiva di Renzo e Lucia come una delle più felici e invidiabili, ma aggiunge con ironica bonomia: «se ve l’avessi a raccontare, vi seccherebbe a morte».
La felicità assoluta, insomma, è priva di trama. Lo ha sancito definitivamente Lev Tolstoj nell’immortale incipit di Anna Karenina: «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Il romanzo vive del problema, del conflitto, della caduta. Quando la vita è risolta, l’immaginazione si spegne.
Lo stesso Tolstoj, nella sua fase più matura e tormentata, demolirà la farsa della felicità borghese ne La morte di Ivan Il’ič.
L’esistenza del protagonista, apparentemente perfetta, integrata e ordinata secondo i dettami della società (comme il faut), si rivela in punto di morte una trappola soffocante, una recita di sentimenti taroccati e ipocrisie.
Davanti a questa “ideologia del dolore” e alla costante decostruzione del mito del benessere, la letteratura ha trovato una via di fuga attraverso gli spiriti liberi, gli ironici e gli irregolari.
Autori che hanno rinunciato alla gravità per abbracciare il gioco, la leggerezza o l’accettazione.
Pensiamo ad Aldo Palazzeschi e al suo manifesto Il controdolore, o alla sua celebre esortazione in versi «E lasciatemi divertire!», una rivendicazione del diritto alla totale spensieratezza e all’apparente superficialità contro la serietà dei parrucconi.
O, in tempi più recenti, a un’opera d’esordio significativa come Sulla felicità a oltranza di Ugo Cornia.
In questo testo, l’autore affronta la successione di tre gravi lutti familiari senza perdersi in psicologismi o simbolismi, ma semplicemente registrando lo scorrere della vita. C’è una resa totale e liberatoria all’esistenza: le cose vanno come vanno, nell’atrocità e nella bellezza dei gesti quotidiani.
La letteratura, in definitiva, compie un viaggio circolare. Ci insegna che la felicità assoluta e statica non esiste e che inseguirla come uno status permanente è un errore prospettico.
La vera felicità letteraria e forse anche quella reale non è un traguardo perfetto esente da macchie, ma un vago luccichio improvviso, un guizzo che si nasconde proprio tra le pieghe di una vita imperfetta, disordinata e straordinariamente umana.










