Estate: tra bisogno di staccare e felicità esibita sui social. Intervista alla psicoterapeuta Marina Balbo

Ragazza rilassata sulla spiaggia

Quando pensiamo all’estate e alle vacanze qual è la prima cosa che ci viene in mente? La voglia di fuga, l’evasione dalla fatica e dalle preoccupazione del lavoro e dell’inizio del relax verso le località vacanziere.

L’inizio dell’estate ci fa sentire vicini alle vacanze e bisognosi di una pausa dalla routine. Questo non significa allontanarsi dalla propria vita ma mettere da parte impegni, richieste e imprevisti. Viviamo in un mondo dove siamo sempre costantemente raggiungibili per un motivo o per un altro e questo non ci permette mai di staccarci da quella spina immaginaria che ci tiene legati. Staccarsi dalla routine diventa necessario per reintegrare le energie e ritornare ad uno stato di confort psicologico.

In questa visione, le vacanze non sono più solo un modo per svagarsi e divertirsi ma diventano proprio il fulcro del nostro equilibrio mentale. Non ci importa neanche la destinazione ma solo la possibilità di poterci prendere una pausa. Purtroppo però, anche l’immagine di vacanze vissute nell’idea di divertimento e riposo può svanire quando viene tutto camuffato dal solo bisogno di apparire sui social media.

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Marina Balbo,Psicoterapeuta e direttore del Centro di psicoterapia EMDR di Asti,  socio fondatore dell’Associazione Italiana per l’EMDR, vicepresidente del Consiglio Direttivo Nazionale, supervisore e co-trainer e collaboratrice presso il CSRP (Centro studi e ricerche in Psicotraumatologia) di Milano.

Dottoressa Balbo come è cambiata la concezione di staccare dalla routine e recarsi in vacanza nell’epoca  dominata dai social?

Con l’aumento dei social media viviamo in una società dove spesso la vacanza diventa più che un diario di viaggio, una vera e propria vetrina da allestire perchè gli altri guardino piuttosto che un momento da vivere con la famiglia o per godersi l relax.

Tuttavia, con l’avvento dei social media questa connotazione ha perso la sua vera essenza ed è andata trasformandosi in un’esperienza caratterizzata dall’uso continuo di telefoni e dispositivi vari , e oltretutto sembra anche che ormai la sua funzione ultima sia quella di rappresentare una felicità  idealizzata e irreale piuttosto che il vero godimento di tale esperienza.

Instagram, TikTok e le altre piattaforme si riempiono di immagini da copertina con  tramonti perfetti, spiagge da sogno, e  corpi impeccabili. Le vacanze passano così dall’essere un’esperienza da vivere a diventare qualcosa da sfoggiare e condividere come un accessorio di lusso. È in questo modo che aumenta il rischio che l’esperienza che viviamo serva solo ad un bisogno di apparire in un determinato modo agli occhi degli altri.

Cosa scatena a livello piscologico questo fenomeno di esibire la felicità sui social piuttosto che viverla?



Studi recenti e pubblicazioni sul tema hanno messo in luce come l’essere esposti continuamente a contenuti idealizzati possa favorire rafforzare la paura di essere esclusi da esperienze considerate più belle, interessanti o gratificanti rispetto alle proprie.

Concentrandoci a guardare le vacanze degli altri può portarci spesso a dimenticare che quello che vediamo sui social sia una selezione solo di alcuni momenti felici e non la quotidianità  della realtà


Cosa può nascondere questa esigenza? 
Non tutto ciò che vediamo rappresenta la realtà e di conseguenza il vero benessere.

Talvolta, dietro a foto perfette può anche celarsi il desiderio di ricevere approvazione e conformarsi agli ideali presenti sui social media oppure anche solo la difficoltà  a vivere a pieno il presente senza bisogno di immortalarlo.

Ultimamente, le persone hanno iniziato a riscoprire la bellezza di vivere vacanze più autentiche pensando meno “all’instagrammabilità” dove l’obiettivo non è quello di scattare foto da pubblicare ma godersi il momento e fare esperienze da vivere. In questa prospettiva la vacanza non coincide con il luogo in cui siamo ma piuttosto con le emozioni, e con la possibilità di mettere pausa e vivere il momento con le persone con cui siamo per ritrovare il proprio equilibrio senza pensare a come appariamo.

Questa esposizione continua può favorire il confronto sociale e alimentare la cosiddetta Fear of Missing Out (FOMO), ovvero la paura di essere esclusi da esperienze considerate più belle o più significative rispetto alle proprie. È proprio in questo modo che ci si dimentica di come sia realmente la realtà e ci si concentra su quei pochi spezzoni che ci vengono mostrati.

Questo può favorire anche un altro bisogno: ricerca di controllo sulla propria narrazione

Sui social scegliamo cosa mostrare: la parte bella, riuscita, armoniosa. La vacanza può diventare una “versione curata di sé”, una narrazione in cui si controlla ciò che gli altri vedono.

Alla base di tutto ciò ci può essere un bisogno narcisistico?

Non sempre c’è un bisogno narcisistico, piuttosto un bisogno di connessione: spesso condividere significa dire “pensami”, “ti porto con me”, “voglio mantenere un legame”. È una forma contemporanea di vicinanza.

Da non dimenticare anche la ricompensa dopaminergica. Il cervello è sensibile alle ricompense sociali: una notifica, un commento o un apprezzamento possono generare una sensazione piacevole e rinforzare il comportamento, rendendo più probabile ripeterlo.

Una domanda utile potrebbe essere:
“Sto condividendo perché voglio raccontare un’esperienza che sto vivendo, oppure perché ho bisogno che qualcuno confermi che quell’esperienza (e quindi me) ha valore? “La differenza sta nel fatto che nel primo caso il social è uno strumento di espressione; nel secondo può diventare uno strumento per riempire un bisogno interno.

Come dovrebbe essere una vacanza vissuta a pieno? 

Riscoprire il valore dell’estate

Può essere importante ricordare che una vera vacanza non è incentrata sul bisogno di apparire ma dal bisogno di recuperare e dedicare più tempo a noi stessi .
Forse la vera vacanza inizia  quando smettiamo di chiederci cosa ne pensano gli altri e iniziamo ad ascoltarci, a chiederci di più cosa ne pensiamo noi e di cosa abbiamo necessità per sentirci bene.