Il Comando Centrale statunitense annuncia una nuova offensiva contro difese aeree, depositi di missili e infrastrutture navali iraniane. Le Guardie rivoluzionarie rivendicano attacchi contro installazioni americane in Kuwait e Bahrein. Resta alta la tensione nello Stretto di Hormuz.
Una nuova e pericolosa escalation sta attraversando il Golfo Persico. Le forze armate degli Stati Uniti hanno annunciato di aver completato l’8 luglio una vasta operazione contro circa 90 obiettivi militari iraniani, principalmente dislocati lungo la costa del Paese.
Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, l’azione avrebbe colpito sistemi di difesa aerea, strutture per la sorveglianza costiera, depositi di missili e droni, capacità navali e infrastrutture logistiche militari. L’obiettivo dichiarato da Washington è ridurre la capacità iraniana di minacciare le navi commerciali e gli equipaggi civili nello Stretto di Hormuz.
La nuova offensiva segue gli attacchi condotti nella notte precedente. Il 7 luglio le forze statunitensi avevano colpito, secondo Centcom, oltre 80 obiettivi militari iraniani, tra i quali più di 60 imbarcazioni riconducibili al Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche.
Washington sostiene di aver agito in risposta agli attacchi iraniani contro tre navi mercantili in navigazione nello Stretto di Hormuz. L’Iran, al contrario, accusa gli Stati Uniti di aver violato gli accordi raggiunti nelle settimane precedenti e di aver riaperto deliberatamente il fronte militare.
La risposta dell’Iran contro Kuwait e Bahrein
La reazione di Teheran non si è fatta attendere. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato il lancio di missili e droni contro installazioni militari statunitensi situate in Kuwait e Bahrein.
Secondo la versione diffusa dai media di Stato iraniani, sarebbero state prese di mira la base aerea di Ali Al Salem e l’area militare di Arifjan in Kuwait, oltre alle installazioni di Juffair e Sheikh Isa in Bahrein. L’Iran afferma di aver colpito infrastrutture operative e strutture considerate strategiche per la presenza militare americana nel Golfo.
Le informazioni diffuse da Teheran sui risultati degli attacchi non risultano ancora interamente verificabili in modo indipendente. Non è quindi possibile stabilire con certezza l’entità dei danni provocati, il numero preciso degli obiettivi raggiunti o l’eventuale presenza di vittime.
Le autorità iraniane hanno inoltre avvertito che le operazioni potrebbero essere estese ad altre installazioni militari della regione qualora gli Stati Uniti continuassero a colpire il territorio iraniano.
Alcune ricostruzioni internazionali indicano che l’offensiva iraniana avrebbe interessato anche altri Paesi del Golfo che ospitano forze statunitensi, aumentando il rischio di un allargamento regionale del conflitto.
Ghalibaf: «Colpite e verrete colpiti»
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha usato toni particolarmente duri nei confronti di Washington.
Ghalibaf ha sostenuto che le pressioni militari americane non rimarranno senza conseguenze e ha collegato direttamente la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz al raggiungimento di un’intesa con Teheran.
Il messaggio iraniano è chiaro: l’apertura stabile del passaggio marittimo non potrà essere imposta esclusivamente attraverso la superiorità militare statunitense. Secondo Teheran, la normalizzazione del traffico dovrà passare da un accordo politico che tenga conto anche delle richieste iraniane.
Lo Stretto di Hormuz al centro dello scontro
Il vero centro strategico della crisi resta lo Stretto di Hormuz. Prima dell’inizio dell’attuale conflitto, attraverso questo stretto passava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
Ogni interruzione, anche parziale, del traffico marittimo può quindi avere conseguenze immediate sui mercati energetici, sui costi assicurativi delle navi e sui prezzi dei trasporti internazionali.
Dopo la nuova offensiva statunitense, il prezzo del petrolio è tornato a salire. Il Brent ha superato i 78 dollari al barile, mentre anche il greggio statunitense WTI ha registrato un aumento. Gli operatori temono che il deterioramento della situazione possa ritardare la piena riapertura dello Stretto e mantenere elevato il premio di rischio geopolitico.
L’impatto potrebbe estendersi rapidamente ai costi dell’energia, ai carburanti e alle catene di approvvigionamento. Per i Paesi europei e asiatici che dipendono dalle importazioni energetiche provenienti dal Golfo, il rischio principale è rappresentato da un conflitto prolungato o da una chiusura più ampia delle rotte marittime.
Il cessate il fuoco sempre più fragile
Gli attacchi delle ultime ore mettono seriamente in discussione il percorso diplomatico avviato a giugno. L’intesa provvisoria aveva ridotto temporaneamente l’intensità delle operazioni, senza però risolvere le questioni legate alla sicurezza dello Stretto, alle sanzioni e al programma militare iraniano.
Il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato conclusa la tregua provvisoria e ha minacciato nuove azioni qualora l’Iran continuasse a colpire il traffico commerciale. Allo stesso tempo, il presidente americano ha lasciato aperta la possibilità di una ripresa dei negoziati, sostenendo che Teheran potrebbe essere ancora interessata a un accordo.
La contraddizione è evidente: mentre le parti affermano di non volere una guerra totale, entrambe stanno ampliando il numero e la portata degli obiettivi militari.
Il rischio di un conflitto regionale
L’attacco contro installazioni situate in Kuwait e Bahrein introduce un elemento particolarmente delicato. I Paesi del Golfo ospitano basi e contingenti americani, ma cercano contemporaneamente di evitare un coinvolgimento diretto nello scontro tra Washington e Teheran.
Qualsiasi attacco capace di provocare vittime o danni rilevanti potrebbe costringere i governi regionali a reagire, trasformando un confronto tra Stati Uniti e Iran in una crisi molto più ampia.
Nelle prossime ore sarà fondamentale verificare l’effettiva portata degli attacchi iraniani, l’eventuale presenza di vittime e la risposta di Washington. Una nuova offensiva statunitense potrebbe innescare un’altra rappresaglia di Teheran, alimentando una spirale militare sempre più difficile da fermare.
La diplomazia rimane formalmente possibile. Tuttavia, dopo due notti consecutive di attacchi e il coinvolgimento delle basi statunitensi nel Golfo, lo spazio per una soluzione politica appare oggi molto più ristretto.



