Due persone sono state arrestate e condotte in carcere nell’ambito di un’inchiesta sul caporalato nel Tarantino, avviata dopo la morte di un lavoratore indiano avvenuta nella notte tra il 25 e il 26 maggio 2024.
L’operazione, denominata “Giorni del Cielo”, è stata condotta dal Nucleo investigativo del Reparto operativo dei Carabinieri di Taranto, con la collaborazione del Nucleo Ispettorato del Lavoro e dei Carabinieri Forestali. Le attività sono state coordinate dalla Procura della Repubblica di Taranto, con il contributo tecnico dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.
Il giudice per le indagini preliminari ha inoltre disposto il sequestro preventivo di un grande complesso zootecnico situato nel territorio di Laterza e formato da tre aziende. Secondo i Carabinieri, si tratterebbe di una delle maggiori realtà italiane del settore, con un valore complessivo stimato in diversi milioni di euro. Le persone coinvolte nell’inchiesta sono complessivamente quattro.
Le accuse contestate, a vario titolo, comprendono omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, inquinamento e disastro ambientale, gestione illecita di rifiuti, impiego di stranieri irregolari e favoreggiamento della permanenza illegale.
Le responsabilità dovranno essere accertate nel corso del procedimento. Le misure cautelari non equivalgono a una condanna definitiva e per tutti gli indagati resta valido il principio costituzionale della presunzione di innocenza.
La morte di Rajwinder Sidhu Singh
La vittima è stata identificata come Rajwinder Sidhu Singh, lavoratore indiano di 39 anni. Il suo corpo venne trasportato all’ospedale di Castellaneta nella notte tra il 25 e il 26 maggio 2024.
Gli accertamenti medico-legali hanno attribuito il decesso a un gravissimo trauma toracico e addominale, compatibile con una caduta da un mezzo pesante.
Secondo la ricostruzione investigativa, il lavoratore si trovava su una pala caricatrice quando il veicolo urtò una barriera in cemento del tipo “New Jersey”. L’uomo sarebbe stato sbalzato a terra in seguito all’impatto.
Il mezzo, secondo i rilievi, era privo di cinture di sicurezza o di altri sistemi di ritenuta. Sarebbe inoltre risultato obsoleto e caratterizzato dalla presenza di organi meccanici esposti, con potenziali rischi di impigliamento, ustione e scosse elettriche.
Gli investigatori sostengono che Singh non avesse conseguito le abilitazioni necessarie per condurre la pala meccanica. Al momento dell’incidente, il mezzo sarebbe stato utilizzato anche per trasportare rifiuti in plastica destinati alla successiva combustione.
Quello che inizialmente poteva apparire come un incidente isolato ha quindi portato gli inquirenti ad analizzare l’organizzazione del lavoro, le condizioni dei dipendenti, la sicurezza dei macchinari e la gestione ambientale dell’intero complesso aziendale.
Turni fino a tredici ore e paghe inferiori a tre euro
Le testimonianze dei lavoratori sono state confrontate con contratti, buste paga, comunicazioni obbligatorie e documenti contabili.
Secondo l’ipotesi accusatoria, alcuni dipendenti iniziavano il turno nelle prime ore del mattino e continuavano a lavorare fino alla sera. Le giornate avrebbero avuto una durata compresa tra dodici e tredici ore, con pause ridotte o completamente assenti.
Le mansioni comprendevano la mungitura, la pulizia delle stalle, l’alimentazione degli animali, la movimentazione dei reflui zootecnici e la guida di mezzi meccanici. I compiti, secondo gli investigatori, non sarebbero stati definiti in maniera chiara nei contratti.
Le retribuzioni effettive sarebbero state inferiori a tre euro l’ora. Inoltre, una parte delle somme formalmente indicate nelle buste paga sarebbe stata restituita al datore di lavoro. In alcuni casi, i pagamenti sarebbero stati effettuati in contanti anziché mediante sistemi tracciabili.
Il presunto risparmio illecito ottenuto attraverso il mancato pagamento delle retribuzioni dovute sarebbe superiore a 300.000 euro.
Il quadro descritto dagli investigatori non riguarda soltanto salari troppo bassi. Al centro dell’indagine c’è un sistema nel quale la vulnerabilità economica e amministrativa dei lavoratori stranieri sarebbe stata utilizzata per imporre orari, paghe e condizioni difficilmente contestabili.
Lavoratori costretti a vivere accanto alle stalle
Una parte dei lavoratori viveva all’interno del complesso aziendale e dipendeva dai datori di lavoro anche per l’alloggio e per gli spostamenti.
Gli ambienti destinati alla permanenza dei dipendenti sarebbero stati situati vicino alle stalle e caratterizzati dalla presenza di muffa. Le condizioni igieniche, sanitarie e di sicurezza sarebbero risultate inadeguate.
Molti lavoratori provenivano dalla regione indiana del Punjab. Alcuni avevano lasciato il proprio Paese dopo aver venduto ciò che possedevano e si trovavano ancora nella condizione di dover restituire il denaro ricevuto per affrontare il viaggio verso l’Italia.
La precarietà economica, le difficoltà linguistiche e il timore di perdere il lavoro o il permesso di soggiorno avrebbero ridotto la loro possibilità di chiedere il rispetto dei contratti, rifiutare turni eccessivi o denunciare le carenze di sicurezza.
Secondo gli accertamenti, alcuni dipendenti sarebbero stati controllati a distanza mediante telecamere collegate alla rete wi-fi e installate senza le necessarie autorizzazioni. Il sistema avrebbe consentito di sorvegliare costantemente le attività, rendendo difficile anche chiedere una pausa.
Gli stessi lavoratori non avrebbero usufruito regolarmente di ferie e riposi. La loro alimentazione sarebbe stata composta soprattutto da prodotti economici e facilmente conservabili, come patate, cipolle e legumi.
Sicurezza sul lavoro e rischi biologici
L’inchiesta sul caporalato nel Tarantino ha fatto emergere anche presunte violazioni in materia di salute e sicurezza.
Le visite mediche obbligatorie non sarebbero state effettuate oppure sarebbero state organizzate soltanto dopo l’avvio degli accertamenti. La sorveglianza sanitaria sarebbe stata incompleta e alcuni rischi connessi all’attività zootecnica non sarebbero stati valutati adeguatamente.
Tra questi figurano il contatto con gli animali, l’esposizione ai reflui, il rumore, le vibrazioni, la movimentazione manuale dei carichi, l’utilizzo di sostanze chimiche e la conduzione di macchinari.
I Carabinieri hanno inoltre riferito di un’epidemia di leptospirosi tra una parte dei bovini. La leptospirosi è una malattia batterica trasmissibile dagli animali all’uomo, capace nei casi più gravi di provocare danni a reni e fegato, meningite ed emorragie polmonari.
Le immagini del sistema di videosorveglianza avrebbero mostrato lavoratori impegnati nella sala di mungitura senza mascherine, protezioni per gli occhi o indumenti impermeabili, nonostante il potenziale rischio di contagio.
L’inchiesta riguarda anche un presunto disastro ambientale
Le indagini non si sono limitate alla morte del lavoratore e allo sfruttamento della manodopera.
Gli inquirenti contestano anche una gestione illecita dei reflui prodotti dal complesso zootecnico. Secondo l’accusa, sarebbe stato realizzato un sistema abusivo per convogliare i liquami in un grande bacino artificiale situato all’interno di un’area sottoposta a vincoli paesaggistici e naturalistici.
Il deflusso delle acque sarebbe stato bloccato da una diga costruita abusivamente sul letto di un impluvio naturale. Nel bacino sarebbe stato rilevato un liquido scuro e torbido, con segni di fermentazione e presenza di sostanze organiche in decomposizione.
Più a valle, altri sbarramenti sarebbero stati utilizzati per separare la componente liquida da quella solida. Quest’ultima sarebbe stata poi essiccata e riutilizzata come concime.
Secondo i Carabinieri, il sistema avrebbe determinato la creazione di una discarica abusiva su una superficie di circa 21.000 metri quadrati.
L’ipotesi investigativa è che lo sfruttamento dei lavoratori, le omissioni sulla sicurezza e la gestione ambientale illecita non fossero fenomeni separati. Sarebbero invece diverse conseguenze di un modello orientato alla riduzione dei costi e alla massimizzazione del profitto.
Il caporalato resta un’emergenza nazionale
Il caso di Laterza si inserisce in un problema che continua a interessare diversi comparti produttivi italiani.
Il rapporto sulla vigilanza dell’Ispettorato nazionale del lavoro relativo al 2025 indica 895 lavoratori individuati come potenziali vittime di caporalato ai sensi dell’articolo 603-bis del Codice penale. Lo stesso Ispettorato precisa che il numero è ancora provvisorio, perché le indagini e i procedimenti possono richiedere tempi differenti.
L’articolo 603-bis punisce chi recluta manodopera da destinare a terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno, ma anche chi utilizza o impiega lavoratori sottoponendoli a condizioni analoghe.
Tra gli indici di sfruttamento rientrano il pagamento sistematico di compensi inferiori ai contratti, la violazione ripetuta delle regole sugli orari e sui riposi, l’inosservanza delle norme di sicurezza e la sottoposizione dei lavoratori a condizioni degradanti.
Nel giugno 2026 l’Ispettorato nazionale del lavoro ha inoltre avviato una nuova campagna straordinaria estiva contro il caporalato in agricoltura, condivisa con Inps, Inail e Carabinieri per la tutela del lavoro.
Dalla repressione alla prevenzione
Gli arresti rappresentano un passaggio importante, ma il contrasto al caporalato non può dipendere soltanto dalle inchieste avviate dopo una morte o un grave incidente.
Servono controlli continui, trasporti legali per raggiungere i luoghi di lavoro, alloggi dignitosi, accesso ai servizi sanitari e strumenti che consentano ai lavoratori stranieri di denunciare gli abusi senza temere di perdere occupazione e permesso di soggiorno.
È necessario intervenire anche sulle filiere economiche. Prezzi troppo bassi e pressioni costanti sui costi possono favorire modelli nei quali il risparmio viene ottenuto sacrificando salari, sicurezza e diritti.
La morte di Rajwinder Sidhu Singh non può essere considerata soltanto una vicenda giudiziaria. L’inchiesta mostra quanto possano diventare pericolose le conseguenze di un sistema nel quale chi lavora è privato della possibilità di rifiutare condizioni inaccettabili.
La giustizia dovrà ora stabilire le responsabilità individuali. Il problema sociale, però, esiste già e richiede una risposta che coinvolga istituzioni, imprese, sindacati, associazioni e consumatori.
Domande frequenti
Dove sono avvenuti gli arresti per caporalato?
Gli arresti sono collegati a un complesso zootecnico situato nel territorio di Laterza, in provincia di Taranto.
Chi era il lavoratore morto?
La vittima era Rajwinder Sidhu Singh, cittadino indiano di 39 anni, morto nella notte tra il 25 e il 26 maggio 2024.
Come è avvenuto l’incidente?
Secondo la ricostruzione investigativa, il lavoratore sarebbe caduto da una pala caricatrice dopo l’impatto del mezzo contro una barriera in cemento.
Quante persone sono coinvolte nell’inchiesta?
Le persone indagate sono complessivamente quattro. Due sono state arrestate e condotte in carcere.
Che cosa è stato sequestrato?
È stato sottoposto a sequestro preventivo un complesso zootecnico formato da tre aziende. Rai riferisce anche il sequestro di somme per oltre un milione di euro.