Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

La crisi d’impresa non nasce all’improvviso: dal caso Ceccherini agli adeguati assetti e all’early warning

Crisi d’impresa, prevenire il collasso: l’importanza degli adeguati assetti e dell’allerta precoce

Il debito può diventare una trappola quando viene affrontato troppo tardi.

Il caso Ceccherini riporta l’attenzione sulle possibilità offerte dal Codice della crisi d’impresa, ma apre una questione ancora più importante: prima di cercare una via d’uscita dall’insolvenza, imprese e imprenditori devono essere in grado di riconoscere per tempo i segnali che la precedono. È qui che entrano in gioco adeguati assetti, controllo prospettico e sistemi di early warning.

Il caso riportato dalla stampa è emblematico. Un imprenditore si trova schiacciato da una situazione debitoria divenuta progressivamente insostenibile: immobili, prima abitazione, beni personali e aziendali rischiano di essere travolti dalle procedure esecutive. Una condizione nella quale il debito non rappresenta più soltanto un problema finanziario, ma diventa una spirale capace di compromettere contemporaneamente impresa, patrimonio e prospettive personali.

Il caso Ceccherini mostra, tuttavia, anche l’altra faccia della crisi: l’esistenza, nell’attuale ordinamento, di strumenti che possono consentire al debitore di affrontarla secondo una logica diversa dalla semplice liquidazione disordinata del patrimonio.

Nel caso descritto, attraverso gli strumenti previsti dal Codice della crisi e dell’insolvenza, è stato possibile costruire una soluzione che ha consentito di mettere a disposizione dei creditori una somma e di arrivare a una ristrutturazione complessiva dell’esposizione.

È un esempio interessante. Ma rischieremmo di coglierne soltanto metà del significato se concentrassimo l’attenzione esclusivamente sulle modalità attraverso le quali uscire dalla trappola del debito.

La domanda più importante dovrebbe essere precedente:

era possibile accorgersi prima che quella trappola si stava formando?

Ed è proprio qui che il caso concreto permette di allargare la riflessione al modo profondamente diverso con cui oggi il nostro ordinamento guarda alla crisi d’impresa.

Dal risanamento alla prevenzione

Per molti anni abbiamo considerato la crisi prevalentemente come un evento da affrontare quando si era già manifestato.

L’impresa cominciava a non pagare regolarmente i fornitori, aumentava l’utilizzo degli affidamenti bancari, comparivano tensioni fiscali e contributive, si accumulavano arretrati e soltanto allora iniziava la ricerca di una soluzione.

Era, in sostanza, una gestione reattiva della crisi.

Il nuovo impianto normativo tende invece a rovesciare questa prospettiva. L’obiettivo non è soltanto disciplinare meglio l’insolvenza, ma fare in modo che l’impresa sia organizzata per intercettare con sufficiente anticipo il deterioramento delle proprie condizioni economiche e finanziarie.

Il principio trova uno dei suoi riferimenti fondamentali nell’articolo 2086 del Codice civile, che impone all’imprenditore che operi in forma societaria o collettiva di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi e della perdita della continuità aziendale.

Non si tratta di un semplice adempimento formale.

Gli adeguati assetti dovrebbero rappresentare il sistema attraverso il quale l’imprenditore riesce a conoscere non soltanto ciò che è accaduto alla propria azienda, ma soprattutto ciò che potrebbe accadere nei mesi successivi.

Il limite dei bilanci che guardano soltanto al passato

Qui emerge uno dei problemi più frequenti soprattutto nelle PMI.

Molte aziende dispongono di contabilità correttamente tenute, bilanci annuali, situazioni periodiche e informazioni sui ricavi e sui margini. Tutto questo è indispensabile, ma non necessariamente sufficiente.

Il bilancio racconta prevalentemente ciò che è già successo.

La crisi, invece, deve essere intercettata guardando avanti.

Un’impresa può aver chiuso l’ultimo esercizio con un utile e trovarsi, pochi mesi dopo, in grave difficoltà finanziaria. Può presentare un patrimonio netto ancora positivo ma non disporre della liquidità necessaria per pagare stipendi, fornitori, imposte e rate dei finanziamenti.

Per questo il vero passaggio culturale consiste nello spostarsi:

dalla contabilità alla pianificazione;

dall’utile alla cassa;

dal consuntivo al prospettico.

La domanda fondamentale non è più soltanto «quanto abbiamo guadagnato?», ma:

l’impresa sarà in grado di generare nei prossimi mesi flussi finanziari sufficienti per rispettare regolarmente le proprie obbligazioni?

Gli adeguati assetti come radar della crisi

Un sistema realmente adeguato dovrebbe consentire all’imprenditore di osservare con continuità alcune grandezze fondamentali: andamento dei ricavi e dei margini, capitale circolante, crediti commerciali e loro tempi di incasso, debiti verso fornitori, esposizione bancaria, scadenze fiscali e contributive, investimenti programmati e soprattutto evoluzione della liquidità.

Ma il dato più importante nasce dall’integrazione di queste informazioni.

Un aumento dei crediti verso clienti, preso isolatamente, può non apparire preoccupante. Se contemporaneamente aumentano i giorni medi di incasso, diminuisce la liquidità e cresce l’utilizzo delle linee bancarie a breve, il quadro assume un significato completamente diverso.

Sono proprio queste combinazioni che un sistema di early warning dovrebbe riuscire a intercettare.

La crisi raramente compare in un solo giorno.

Prima dell’insolvenza esiste normalmente una zona intermedia nella quale iniziano ad apparire segnali deboli: deterioramento dei margini, rallentamento degli incassi, crescita delle scorte, utilizzo sempre più intenso degli affidamenti, sconfinamenti, ritardi nei pagamenti, necessità di rinviare investimenti, tensioni con fornitori e finanziatori.

Presi singolarmente possono sembrare episodi gestibili.

Considerati insieme possono raccontare una storia completamente diversa.

Il vero early warning è finanziario

È soprattutto la dimensione prospettica a fare la differenza.

Il Codice della crisi richiede di verificare la sostenibilità dei debiti e le prospettive di continuità aziendale almeno per i dodici mesi successivi.

Ciò significa che l’impresa deve essere capace di costruire una rappresentazione credibile della propria futura capacità finanziaria.

Budget economico e finanziario, piano di tesoreria, cash flow forecast e analisi degli scenari diventano quindi strumenti di governo dell’impresa, non documenti riservati alle aziende di grandi dimensioni.

Particolarmente significativo è il DSCR – Debt Service Coverage Ratio, che mette in relazione i flussi finanziari disponibili con il servizio del debito.

La logica è semplice: non basta sapere quanto debito possiede l’impresa; occorre capire se i flussi che sarà ragionevolmente in grado di produrre consentiranno di sostenerlo.

Ed è questa distinzione a separare spesso una difficoltà temporanea da una crisi strutturale.

Lo scenario di base non basta

C’è però un ulteriore passaggio.

Una previsione costruita esclusivamente sull’ipotesi che tutto proceda secondo programma rischia di fornire una falsa sicurezza.

L’impresa dovrebbe chiedersi anche cosa accadrebbe se le condizioni peggiorassero.

Cosa succede se il fatturato diminuisce del 10%?

Se un cliente importante paga con sessanta giorni di ritardo?

Se aumenta il costo delle materie prime?

Se i tassi rimangono elevati più a lungo del previsto?

Se una linea di credito non viene rinnovata?

È il terreno dello stress testing e della sensitivity analysis.

Non occorrono necessariamente modelli sofisticatissimi. Anche una PMI può costruire almeno tre scenari: uno scenario base, uno scenario favorevole e uno scenario avverso.

Ciò che conta è capire quanto margine di sicurezza possiede l’azienda prima che una difficoltà si trasformi in incapacità di pagamento.

Il tempo diventa una variabile economica

Torniamo allora al caso da cui siamo partiti.

Gli strumenti di regolazione della crisi possono consentire, anche quando la situazione è ormai molto compromessa, di evitare che l’indebitamento produca conseguenze definitivamente distruttive.

Ma esiste una relazione quasi inevitabile:

più tardi si interviene, minori sono normalmente le alternative disponibili.

Quando la crisi viene intercettata all’inizio, l’imprenditore può ancora intervenire sulla struttura dei costi, rivedere investimenti, negoziare finanziamenti, dismettere attività non strategiche, ricapitalizzare l’impresa, modificare il capitale circolante, ridefinire il modello di business.

Quando invece la liquidità è ormai esaurita e i creditori hanno iniziato le azioni esecutive, lo spazio delle decisioni si restringe drasticamente.

Il tempo, dunque, non è soltanto una variabile procedurale.

È una variabile economica.

Prima si riconosce la crisi, maggiore è il numero delle soluzioni possibili e maggiore è la probabilità di preservare valore.

Anche la banca vede i segnali

La stessa logica riguarda il rapporto banca-impresa.

Gli intermediari finanziari dispongono oggi di sistemi sempre più sofisticati per monitorare l’andamento delle esposizioni. Movimentazione dei conti, utilizzo degli affidamenti, sconfinamenti, ritardi, Centrale dei Rischi, informazioni economico-finanziarie e andamentali contribuiscono a costruire una valutazione dinamica del cliente.

Il paradosso è evidente: talvolta la banca può accorgersi del deterioramento dell’impresa prima dell’imprenditore stesso.

Quando questo accade, il rapporto rischia di entrare in una spirale pericolosa. L’impresa ha bisogno di maggiore credito proprio mentre la banca comincia a percepire un incremento del rischio.

Per questo gli adeguati assetti hanno anche una funzione finanziaria esterna: consentono all’impresa di presentarsi ai finanziatori con numeri aggiornati, previsioni credibili e scenari documentati.

La trasparenza informativa diventa così una componente della stessa capacità di accesso al credito.

La crisi come processo, non come evento

Il caso Ceccherini ci consegna quindi due lezioni.

La prima è che anche quando il debito sembra avere chiuso ogni possibilità possono esistere strumenti giuridici capaci, ricorrendone le condizioni, di offrire una soluzione ordinata e una possibilità di ripartenza.

La seconda, forse ancora più importante per chi gestisce un’impresa, è che la migliore gestione della crisi resta quella che comincia prima della crisi stessa.

Possiamo immaginare una sequenza molto semplice:

segnali deboli → squilibrio → tensione finanziaria → crisi → insolvenza.

L’obiettivo degli adeguati assetti è intervenire il più possibile verso sinistra di questa catena.

È lì che l’impresa dispone ancora del maggiore numero di alternative.

Dalla cultura dell’emergenza alla cultura dell’anticipazione

La vera innovazione introdotta dalla nuova disciplina non consiste allora soltanto nell’aver moltiplicato gli strumenti disponibili per affrontare le situazioni di difficoltà.

Consiste soprattutto nell’aver modificato il momento nel quale l’imprenditore dovrebbe cominciare a preoccuparsene.

Non quando non riesce più a pagare.

Non quando la banca riduce gli affidamenti.

Non quando arrivano decreti ingiuntivi o procedure esecutive.

Ma quando le proiezioni finanziarie mostrano che, continuando lungo la traiettoria attuale, quelle difficoltà potrebbero presentarsi.

È il passaggio dall’early warning all’early action: individuare il problema non basta, occorre trasformare tempestivamente il segnale in una decisione.

Ed è probabilmente questa la considerazione più importante che emerge dalla vicenda da cui siamo partiti.

Gli strumenti previsti dal Codice della crisi rappresentano una rete di protezione indispensabile quando il debito è già diventato una trappola.

Gli adeguati assetti, la pianificazione finanziaria e la verifica prospettica dovrebbero invece impedire, per quanto possibile, di arrivare fino a quel punto.

Perché la domanda migliore per un imprenditore non è soltanto:

«Come posso uscire dalla crisi?»

ma, molto prima:

«I numeri che oggi sto osservando mi stanno dicendo che tra dodici mesi potrei entrarci?»

È in quello spazio temporale che si gioca una parte decisiva della continuità aziendale. Ed è lì che prevenzione della crisi e buona gestione dell’impresa finiscono per diventare, sostanzialmente, la stessa cosa.