Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Il karma: perché in Occidente lo abbiamo capito quasi sempre nel modo sbagliato

Più che una punizione o una ricompensa, il karma è una riflessione sul rapporto tra le nostre azioni e le conseguenze che esse producono. Un’antica idea dell’India che, ancora oggi, invita a guardare con maggiore consapevolezza alle scelte di ogni giorno.

Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase? «È il karma.»

Qualcuno subisce un’ingiustizia, perde il lavoro, viene tradito o attraversa un momento difficile e, quasi automaticamente, c’è chi commenta: «Prima o poi il karma presenta il conto». Al contrario, quando una persona ottiene un successo inatteso, non manca chi osserva: «Se l’è meritato, è il karma».

Nel linguaggio comune occidentale il karma è diventato una sorta di giudice invisibile che premia i buoni e punisce i cattivi, quasi fosse un meccanismo automatico di giustizia universale.  Eppure il significato originario del concetto è molto più complesso e, per certi aspetti, ancora più interessante.

Lontano dall’essere semplicemente una forma di fatalismo o una spiegazione di tutto ciò che accade nella vita, il karma rappresenta una delle grandi riflessioni sviluppate dalle tradizioni filosofiche e religiose dell’India sul rapporto tra azione, responsabilità, libertà e conseguenze.

Un’antica idea nata in India

La parola karma deriva dal sanscrito karman e significa, nella sua accezione originaria, azione. Non indica quindi il destino, la fortuna o una punizione inflitta da una forza esterna.

Il concetto attraversa diverse tradizioni religiose e filosofiche dell’India – dall’induismo al buddhismo fino al giainismo – assumendo però significati differenti.

È importante sottolinearlo, perché parlare genericamente di “karma” rischia di far apparire uniforme un pensiero che si è sviluppato nel corso di molti secoli attraverso scuole e tradizioni profondamente diverse. Esiste tuttavia un nucleo comune: le azioni non sono prive di conseguenze.

Ciò che facciamo modifica la realtà nella quale viviamo e, contemporaneamente, contribuisce a modificare anche noi stessi. Non è necessario immaginare qualcuno che distribuisca premi o castighi. Il principio è più sottile: ogni scelta entra in una catena di effetti che può svilupparsi nel tempo e intrecciarsi con le azioni successive.

È forse proprio questa idea, prima ancora delle sue differenti elaborazioni religiose, a rendere il concetto ancora oggi così affascinante.

Karma, induismo, buddhismo e giainismo: la stessa parola, significati differenti

Le diverse tradizioni dell’India non interpretano il karma nello stesso modo. Nelle molte scuole dell’induismo, il karma viene generalmente collegato all’azione, al dovere, al ciclo delle rinascite e alla possibilità della liberazione, anche se le interpretazioni variano profondamente tra le diverse correnti filosofiche.

Nel buddhismo assume particolare importanza l’intenzione che accompagna l’azione. Non ogni evento o movimento produce karma nello stesso senso: è soprattutto la dimensione intenzionale e morale dell’agire ad acquistare rilevanza. Nel giainismo, invece, la dottrina karmica assume caratteristiche ancora più articolate e viene inserita in una complessa concezione del rapporto tra azione, anima e liberazione. Parlare quindi di “karma” al singolare è utile per comprendere il principio generale, ma non deve far dimenticare la pluralità delle tradizioni che lo hanno elaborato.

Ciò che le accomuna è soprattutto la convinzione che il nostro modo di agire non sia moralmente neutro e che le conseguenze delle azioni vadano considerate in una prospettiva molto più ampia dell’immediato.

Il karma non è il destino

Uno dei maggiori equivoci occidentali nasce dalla confusione tra karma e destino. Se il karma venisse interpretato semplicemente come il risultato inevitabile delle azioni passate, sembrerebbe trasformarsi in una forma di determinismo: ciò che accade oggi sarebbe già stabilito e nulla potrebbe realmente essere modificato.

Ma una simile lettura finirebbe per eliminare proprio uno degli aspetti più interessanti del concetto: la possibilità di agire nel presente. Il passato certamente influenza ciò che siamo.

Le decisioni compiute, le abitudini costruite, le relazioni sviluppate e gli errori commessi contribuiscono a determinare le condizioni dalle quali partiamo. Ma questo non significa che il futuro sia completamente scritto. Ogni nuova azione introduce infatti nuovi effetti. Ogni scelta modifica, almeno in parte, la direzione successiva. Il karma, quindi, non elimina la libertà. Semmai ne accentua la responsabilità. Potremmo sintetizzarlo con un’apparente contraddizione: il karma non dice che siamo prigionieri del passato; ricorda che anche il presente sta diventando il passato del nostro futuro. Non siamo spettatori completamente passivi della nostra esistenza. Non possiamo controllare tutto ciò che accade, naturalmente, ma possiamo scegliere una parte delle azioni con le quali rispondiamo agli eventi. Ed è proprio in quello spazio che entra la responsabilità personale.

Il karma non significa che ognuno “merita” ciò che gli accade

C’è però un equivoco ancora più delicato. Se il karma viene ridotto alla formula «ognuno riceve ciò che merita», il concetto rischia di trasformarsi in uno strumento di giudizio verso gli altri. Malattia, povertà, violenza, perdita del lavoro, discriminazioni o altre sofferenze non possono essere liquidate con l’affermazione che qualcuno “se l’è cercata” attraverso il proprio karma.

Una simile interpretazione non soltanto banalizza tradizioni filosofiche molto più complesse, ma rischia di cancellare il peso delle circostanze, delle disuguaglianze sociali, del caso e soprattutto delle responsabilità degli altri. La responsabilità personale acquista valore soltanto quando non diventa colpevolizzazione della vittima. Il karma può invitare ciascuno a interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni. Non dovrebbe diventare un alibi per giudicare dall’esterno le sofferenze altrui.

Un’idea sorprendentemente moderna

Può sembrare curioso che una concezione nata in un contesto culturale così lontano continui a suscitare interesse nella società contemporanea. Il motivo probabilmente risiede nel fatto che, al di là delle dimensioni religiose e metafisiche, il karma propone una domanda universale: quanto le nostre azioni contribuiscono a costruire ciò che diventeremo?

Le neuroscienze mostrano oggi che il cervello conserva una significativa capacità di modificarsi attraverso l’esperienza e l’apprendimento. La ripetizione di determinati comportamenti contribuisce alla formazione di schemi che, con il tempo, possono diventare sempre più automatici.

Anche la psicologia sottolinea come personalità, comportamenti e modalità di reazione non costituiscano realtà completamente immobili, ma siano influenzati dalle esperienze, dagli apprendimenti e dalle abitudini che si consolidano nel corso della vita.

Naturalmente sarebbe scorretto identificare questi fenomeni con il karma o sostenere che la ricerca scientifica ne dimostri la validità. Si tratta di piani completamente differenti.

Ma esiste una suggestiva analogia sul piano della riflessione personale: ciò che ripetiamo contribuisce, nel tempo, a trasformare il nostro modo di agire e di reagire. Le azioni di oggi partecipano quindi alla costruzione della persona di domani. Il futuro raramente nasce all’improvviso. Molto più spesso si prepara attraverso piccole scelte ripetute nel tempo.

Il karma nelle relazioni

Forse è proprio nelle relazioni umane che questa idea appare più immediatamente comprensibile. Ogni parola pronunciata lascia una traccia. Ogni promessa mantenuta costruisce fiducia. Ogni gesto di attenzione rafforza un legame. Allo stesso modo, l’indifferenza, la mancanza di rispetto, la continua inaffidabilità o l’egoismo possono progressivamente modificare la qualità di una relazione. Non si tratta di una punizione. È una conseguenza.

La fiducia raramente nasce da un unico gesto e altrettanto raramente viene distrutta da un solo episodio. Si costruisce attraverso la ripetizione dei comportamenti. In questo senso il karma può diventare una metafora particolarmente efficace delle relazioni: ciò che seminiamo attraverso le nostre azioni quotidiane contribuisce a modificare l’ambiente umano nel quale successivamente ci troveremo a vivere. Un rapporto basato sulla fiducia nasce da molte  piccole conferme. Una relazione che si deteriora spesso nasce da molte piccole fratture. Anche qui il presente prepara lentamente il futuro.

Il karma e la sostenibilità

La stessa logica può offrire una interessante metafora contemporanea per riflettere sul rapporto tra uomo e ambiente. Per decenni l’umanità ha utilizzato risorse naturali spesso considerate inesauribili.

Deforestazione, emissioni di gas serra, inquinamento, consumo intensivo delle risorse e perdita di biodiversità hanno prodotto conseguenze che oggi possono essere studiate attraverso strumenti scientifici sempre più sofisticati.

Il cambiamento climatico non rappresenta naturalmente un fenomeno “karmico” in senso religioso. È il risultato di processi fisici, economici e sociali analizzati dalla scienza. La metafora, però, funziona.

Decisioni apparentemente convenienti nel breve periodo possono produrre conseguenze che emergono molti anni dopo. L’effetto non compare necessariamente nello stesso momento dell’azione che lo ha generato.

In questo senso il principio karmico invita a recuperare una prospettiva che la sostenibilità ha posto nuovamente al centro del dibattito contemporaneo: le scelte di oggi contribuiscono a determinare le condizioni nelle quali vivremo domani.

Ogni generazione eredita una parte delle conseguenze prodotte da quelle precedenti e, contemporaneamente, consegna alle successive gli effetti delle proprie decisioni.

Anche il management conosce il proprio “karma”

Un ragionamento analogo vale per il mondo delle imprese. Ogni decisione manageriale produce effetti che non necessariamente si manifestano nell’esercizio in cui viene assunta. Un’azienda che costruisce nel tempo rapporti di fiducia con clienti, collaboratori e fornitori accumula un patrimonio invisibile fatto di reputazione, credibilità e capitale relazionale. Al contrario, decisioni orientate esclusivamente al risultato immediato possono migliorare temporaneamente alcuni indicatori e contemporaneamente indebolire le fondamenta dell’organizzazione.

Ridurre continuamente gli investimenti nella formazione può aumentare il risultato economico di breve periodo, ma impoverire progressivamente le competenze.

Rinviare la manutenzione degli impianti può diminuire i costi nell’immediato e aumentare successivamente il rischio operativo.

Comprimere eccessivamente i rapporti con i fornitori può produrre un beneficio finanziario nel presente e compromettere nel tempo la stabilità della filiera.

Trascurare i dipendenti può ridurre alcune spese e contemporaneamente aumentare turnover, perdita di competenze e difficoltà nel trattenere i talenti.

In questo senso potremmo parlare, naturalmente soltanto come metafora, di un “karma aziendale”.

Non esiste alcuna forza invisibile che punisce una cattiva decisione manageriale. Esiste semplicemente la natura cumulativa delle conseguenze. E qui emerge una considerazione particolarmente importante: il bilancio di una decisione non sempre si chiude nello stesso esercizio nel quale quella decisione viene presa. Anche il management, quindi, dovrebbe imparare a guardare oltre l’immediato.

Una lezione di responsabilità

Sarebbe naturalmente un errore interpretare il karma come una legge scientifica o come una spiegazione universale degli eventi della vita. Il suo contributo appartiene a un’altra dimensione: quella della riflessione filosofica, morale ed esistenziale. Il karma richiama l’attenzione sulle conseguenze.

Ci invita a considerare non soltanto ciò che desideriamo ottenere immediatamente, ma anche ciò che le nostre azioni possono generare nel tempo. È una prospettiva particolarmente interessante in una società costruita sempre più spesso sull’immediatezza. Desideriamo risultati rapidi. Risposte istantanee. Successi visibili. Gratificazioni immediate. Il karma introduce invece la dimensione del lungo periodo.

Ricorda che alcuni effetti maturano lentamente e che ciò che appare irrilevante oggi può diventare importante domani.

Una domanda ancora attuale

Forse è proprio questa la ragione per cui, dopo migliaia di anni, il karma continua a incuriosire anche l’Occidente. Non perché offra una spiegazione semplice di tutto ciò che ci accade. E neppure perché prometta l’esistenza di un tribunale invisibile incaricato di ristabilire l’equilibrio del mondo, premiando alcuni e punendone altri. La sua forza sta altrove. Nell’invito a riconoscere che le nostre azioni hanno conseguenze e che le scelte ripetute nel tempo contribuiscono a costruire relazioni, abitudini, carattere e futuro.

Il karma, allora, non deve essere vissuto nella paura che prima o poi qualcuno “presenti il conto”. Può essere interpretato, almeno sul piano filosofico, come una lezione di responsabilità. Ciò che facciamo conta. Anche quando gli effetti non sono immediatamente visibili.

Non significa che siamo responsabili di tutto ciò che ci accade. La vita contiene circostanze, casualità, ingiustizie e decisioni altrui che sfuggono completamente al nostro controllo. Significa qualcosa di più semplice e, forse, più esigente: siamo responsabili delle scelte che possiamo compiere all’interno delle condizioni nelle quali ci troviamo. Il passato ci condiziona, ma il presente continua a offrirci una possibilità di scelta. Ed è forse proprio questo il significato più attuale che possiamo ricavare dall’antica idea del karma:

il futuro non comincia domani. Comincia nelle azioni che scegliamo oggi.