Nel primo semestre 2026 sono state concluse 637 operazioni, il 14% in meno rispetto all’anno precedente. Tecnologia, industria ed energia guidano il mercato, mentre la pipeline fa prevedere una possibile accelerazione nella seconda parte dell’anno
Il mercato italiano delle fusioni e acquisizioni rallenta, ma non si ferma. Nei primi sei mesi del 2026 sono state concluse 637 operazioni, con una riduzione del 14% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il loro controvalore complessivo ha superato i 22 miliardi di euro, contro i 30 miliardi registrati nel primo semestre del 2025.
Dietro il dato apparentemente negativo si nasconde però una situazione più articolata. Le operazioni già annunciate, ma non ancora perfezionate, superano infatti i 60 miliardi di euro. Se una parte significativa di questa pipeline arriverà al closing entro dicembre, il mercato italiano delle fusioni e acquisizioni potrebbe recuperare terreno nella seconda parte dell’anno.
La fotografia emerge dal rapporto KPMG sul mercato M&A italiano, che descrive un semestre condizionato dalle tensioni geopolitiche, dall’incertezza economica e dalla maggiore selettività degli investitori. Le imprese continuano tuttavia a considerare le acquisizioni uno strumento fondamentale per crescere, entrare in nuovi mercati e procurarsi competenze difficili da sviluppare internamente.
M&A in Italia: meno operazioni concluse, ma nessun blocco del mercato
Il rallentamento del primo semestre non indica una paralisi. La riduzione del numero e del valore delle operazioni concluse dipende anche dal confronto con l’inizio del 2025, periodo nel quale erano state perfezionate importanti transazioni nel settore finanziario.
Il mercato domestico, composto dalle operazioni nelle quali acquirente e società acquisita sono italiani, ha registrato 342 transazioni, contro le 382 dello stesso periodo del 2025. La contrazione più evidente riguarda il controvalore, sceso da 16,7 a 6,8 miliardi di euro.
Il dato suggerisce che le imprese italiane continuino a realizzare operazioni, ma con dimensioni mediamente inferiori. Le acquisizioni di piccole e medie aziende rimangono numerose, mentre sono state meno frequenti le grandi transazioni capaci di modificare da sole il valore complessivo del mercato.
La lettura cambia se si considerano anche le operazioni annunciate. Secondo EY-Parthenon, nel primo semestre sono stati comunicati circa 700 accordi, il 18% in più rispetto all’anno precedente, per un valore di 25,3 miliardi di euro.
La differenza tra i dati KPMG ed EY non rappresenta necessariamente una contraddizione. Le analisi possono utilizzare perimetri e momenti di rilevazione differenti: un’operazione annunciata entra nelle statistiche prima di essere autorizzata, finanziata e definitivamente conclusa.
È proprio questa distanza tra annunci e closing a spiegare il paradosso del mercato italiano: le operazioni già completate rallentano, mentre quelle in preparazione indicano una possibile ripresa.
Gli investitori esteri continuano a guardare alle imprese italiane
Il mercato cross-border conferma l’interesse internazionale verso le aziende italiane. Nei primi sei mesi dell’anno sono state registrate circa 195 acquisizioni di imprese italiane da parte di investitori stranieri, per un valore complessivo di 8,2 miliardi di euro.
Nello stesso periodo del 2025 le operazioni erano state 224, per 6,9 miliardi. Il numero è quindi diminuito, ma il controvalore è cresciuto. Ciò significa che gli investitori esteri hanno concluso meno accordi, concentrandosi però su aziende di dimensioni maggiori o considerate particolarmente strategiche.
Le imprese italiane hanno a loro volta realizzato 100 acquisizioni all’estero per circa 7,2 miliardi di euro. Il dato conferma che una parte del sistema produttivo nazionale non si limita ad attirare capitali, ma utilizza le operazioni straordinarie per rafforzare la propria presenza internazionale.
Secondo EY, le aziende italiane avrebbero annunciato 156 acquisizioni all’estero per 13,9 miliardi di euro. Più del 56% delle operazioni si concentra in Spagna, Germania, Stati Uniti, Regno Unito e Francia.
Il confronto mostra la doppia natura del sistema italiano: da un lato un insieme di imprese familiari e specializzate che rappresentano obiettivi interessanti per i gruppi internazionali; dall’altro aziende capaci di utilizzare le acquisizioni per trasformarsi in operatori globali.
Tecnologia, industria ed energia guidano le fusioni e acquisizioni
Tre settori hanno generato il 69% del controvalore registrato nel primo semestre: Technology, Media and Telecommunications, industria ed Energy & Utilities.
Il comparto tecnologico, dei media e delle telecomunicazioni ha raggiunto 6,4 miliardi di euro attraverso 105 operazioni. L’interesse si concentra soprattutto su software, applicazioni, servizi informatici, infrastrutture digitali e intelligenza artificiale.
Le aziende non comprano più soltanto concorrenti o quote di mercato. Sempre più spesso acquisiscono tecnologie, dati, proprietà intellettuale e personale altamente qualificato. In un contesto nel quale l’innovazione procede rapidamente, comprare un’impresa già dotata delle competenze necessarie può risultare più veloce rispetto alla loro costruzione interna.
Il settore industriale ha generato circa 4,6 miliardi di euro. Le imprese manifatturiere italiane continuano a essere apprezzate per specializzazione, capacità produttiva, presenza internazionale e posizionamento in nicchie ad alto valore aggiunto.
Energy & Utilities ha attirato investimenti per circa 4,4 miliardi. Il settore è attraversato da un processo di consolidamento legato alla transizione energetica, alla sicurezza degli approvvigionamenti, allo sviluppo delle reti e alla necessità di sostenere investimenti sempre più consistenti.
Le principali operazioni concluse
Tra le transazioni più rilevanti compare l’acquisizione di Italiana Petroli da parte della società statale azera Socar, per un valore di circa 3 miliardi di euro. L’operazione evidenzia il peso strategico dell’energia e della distribuzione dei carburanti in una fase caratterizzata da forte instabilità internazionale.
Il fondo statunitense Lone Star ha completato l’acquisizione di due divisioni di RadiciGroup, Specialty Chemicals e High Performance Polymers, per circa un miliardo di euro.
Nel farmaceutico, Chiesi ha acquisito KalVista Pharmaceuticals per circa 1,2 miliardi, rafforzando la propria presenza nelle terapie dedicate alle malattie rare.
Nel settore finanziario è stata perfezionata l’integrazione della Banca Popolare di Sondrio in BPER Banca, con un controvalore indicato in circa 1,3 miliardi di euro.
Eni Plenitude ha invece acquisito Acea Energia, compresa la partecipazione del 50% in Umbria Energy, per circa 500 milioni. Grazie all’operazione il gruppo ha aggiunto al proprio portafoglio più di un milione di utenze.
Questi accordi mostrano come le fusioni e acquisizioni siano utilizzate per raggiungere obiettivi differenti: aumentare la clientela, entrare in nuovi mercati, rafforzare il portafoglio tecnologico, acquisire competenze o consolidare settori frammentati.
Una pipeline superiore a 60 miliardi
La seconda parte del 2026 potrebbe essere caratterizzata da operazioni di dimensioni molto maggiori. KPMG stima che gli accordi già annunciati e in attesa di completamento superino complessivamente i 60 miliardi di euro.
Nel settore farmaceutico rientra la manifestazione di interesse di CVC Capital Partners per acquisire la partecipazione residua in Recordati e procedere al delisting, con un valore potenziale di circa 5,7 miliardi.
Angelini Pharma ha annunciato l’acquisizione della statunitense Catalyst Pharmaceuticals per circa 3,5 miliardi, con l’obiettivo di rafforzare la propria piattaforma dedicata alle malattie rare.
Amplifon ha raggiunto un accordo per acquisire da GN Store Nord il business Hearing attraverso una combinazione di azioni e liquidità. Il valore complessivo è indicato in circa 2,3 miliardi. L’operazione dovrebbe creare un gruppo attivo in oltre cento Paesi, con ricavi aggregati vicini a 3,3 miliardi di euro.
Tra le transazioni più rilevanti figura anche l’offerta pubblica di acquisto e scambio annunciata da Poste Italiane su TIM, valutata in circa 10,8 miliardi.
Nel settore dei servizi energetici è attesa la fusione transfrontaliera tra Saipem e Subsea7, destinata a creare un operatore globale con un valore dell’operazione stimato in 4,6 miliardi.
Tutte queste cifre si riferiscono a operazioni annunciate. Il loro completamento dipenderà dalle autorizzazioni, dalle condizioni di mercato, dal finanziamento e dal rispetto degli accordi sottoscritti.
Il ruolo crescente del private equity
I fondi di private equity continuano ad avere un ruolo centrale nel mercato italiano. Secondo EY, nel primo semestre sono stati coinvolti in circa 330 accordi per un controvalore di 7,9 miliardi di euro.
I fondi rappresentano circa il 47% degli acquirenti. Inoltre, il 56% delle operazioni riconducibili al private equity è stato realizzato attraverso società già presenti nei portafogli dei fondi.
Questa strategia, spesso definita “buy and build”, consiste nell’acquisire una prima azienda e utilizzarla successivamente come piattaforma per comprare e integrare imprese più piccole. È un modello particolarmente adatto all’Italia, dove molti settori sono composti da aziende familiari specializzate ma di dimensioni limitate.
Il consolidamento può aumentare la capacità di investimento, migliorare l’accesso ai mercati internazionali e rendere più efficiente la struttura operativa. Può però generare anche difficoltà nell’integrazione delle aziende, delle persone e delle rispettive culture organizzative.
Perché le imprese scelgono di acquisire
In passato le fusioni e acquisizioni erano spesso associate principalmente alla ricerca di dimensioni maggiori. Oggi le motivazioni sono più numerose.
Le imprese ricorrono all’M&A per:
- entrare rapidamente in nuovi Paesi;
- acquisire software, brevetti e competenze digitali;
- accedere a reti commerciali già consolidate;
- aumentare la capacità produttiva;
- diversificare ricavi e fornitori;
- reagire alle trasformazioni geopolitiche;
- rafforzarsi nei confronti della concorrenza internazionale;
- affrontare il passaggio generazionale;
- integrare l’intelligenza artificiale nei propri processi.
L’acquisizione è diventata uno strumento di trasformazione del modello aziendale. Il valore dell’operazione non dipende però soltanto dal prezzo pagato. Una fusione produce risultati quando l’integrazione genera vantaggi superiori ai costi finanziari e organizzativi sostenuti.
I rischi dietro l’ottimismo
La pipeline superiore a 60 miliardi rappresenta un segnale positivo, ma non garantisce che tutte le operazioni vengano concluse entro l’anno.
Le tensioni geopolitiche possono modificare il prezzo dell’energia, aumentare l’incertezza e rendere più prudenti banche e investitori. Anche il costo del finanziamento rimane determinante, soprattutto nelle acquisizioni effettuate con un elevato ricorso al debito.
A questo si aggiungono i controlli delle autorità sulla concorrenza, la tutela degli asset strategici e il possibile esercizio dei poteri speciali da parte del Governo.
Il rischio principale arriva però spesso dopo il closing. Sistemi informatici incompatibili, obiettivi divergenti, perdita di personale qualificato e difficoltà culturali possono compromettere il valore atteso. Comprare un’azienda è soltanto l’inizio; integrarla è la parte più complessa.
Le prospettive per la fine del 2026
KPMG ritiene possibile raggiungere circa 1.500 operazioni concluse entro la fine dell’anno, per un controvalore vicino a quello registrato nel 2025.
L’ottimismo è sostenuto anche dalle intenzioni dei manager. Il CEO Outlook citato da EY indica che il 74% dei dirigenti italiani prevede attività di fusione o acquisizione nei prossimi mesi, contro il 68% della media europea e il 62% di quella globale.
Il mercato italiano rimane quindi attrattivo, ma selettivo. Gli investitori cercano aziende capaci di generare cassa, dotate di tecnologie difendibili, presenti in mercati internazionali e guidate da strutture manageriali solide.
Il primo semestre del 2026 racconta un rallentamento nelle operazioni concluse. La pipeline racconta invece un sistema imprenditoriale in movimento.
La vera domanda non è soltanto quanti dei 60 miliardi annunciati arriveranno al closing. È se queste fusioni e acquisizioni riusciranno a rendere le imprese italiane più grandi, innovative e competitive, evitando che il consolidamento si limiti a un semplice trasferimento di proprietà.