27 Settembre 2022

Fabrizio Guarducci, l’importanza di comunicare nel cinema del regista fiorentino

Nei film del regista toscano Fabrizio Guarducci, alla sua terra è riservato spesso uno spazio considerevole. La natura inviolata, prima che l’uomo ne abusi, la contamini, la distrugga, più che fare da sfondo diventa un tema, non necessariamente indicato nell’obiettivo narrativo. Poi ci sono le storie, più o meno definite, che invitano gli spettatori a partecipare, a entrarci come se stessero scoprendosi attraverso una terapia inconsapevole. I film diventano un pretesto, lo strumento, quel che davvero gli interessa è lo scopo, comunicare la sua “visione alternativa”.

L’impressione guardando i tuoi film è che lo strumento cinematografico abbia un’importanza del tutto secondaria. È come se volessi dare messaggi.

Vogliamo che il film rimanga nelle persone e le inviti a pensare. Il discorso non è durante la produzione del film ma è dopo la produzione. Vogliamo che le persone lo filtrino attraverso le loro esperienze di vita e che diano poi delle conclusioni. Vogliamo che lo spettatore non veda dal nostro punto di vista. È come se i nostri film non si catalogassero sotto un genere, sono film a sé.

I bambini di Mare di grano appartengono alla natura e sfidano la realtà. La vera sfida che la vita ci pone è cambiare le cose che non funzionano? Cercare delle soluzioni alle condizioni in cui ci troviamo?

Incontriamo casualmente le favole che raccontavano i genitori, ma Mare di grano non è un film fiabesco. È un inno all’altruismo, anche se oggi gli altruisti passano per stupidi. Un bambino si è perso, e per accompagnarlo nella ricerca gli altri scappano di casa. Si aiutano tra loro. I grandi non lo fanno ma i bambini sì, è nel loro interesse. È importante. I bambini possono capire la vita attraverso le favole. Se ci pensi, gli adulti si fanno la guerra e fanno le guerre perché non si conoscono, i bambini invece riescono a comunicare. Tornando al film, dal finestrino vola la seconda ciabatta affinché chi la trova abbia la possibilità di proseguire con qualcuno che nemmeno conosce.

Mare di grano è disponibile su Raiplay.

Sì, ma fu distribuito male. Peccato perché all’uscita, nella prima serata, fece ottocentomila spettatori.

Nel film Una sconosciuta una donna arriva in un piccolo comune che faticosamente prova a uscire dalle fatiche del lockdown. È misteriosa e silenziosa, legge un libro di cui fino al finale non si sa nulla. Aiuta gli altri personaggi a cercare dentro se stessi e a comprendere quel che non sono riusciti a spiegarsi? Ad accettare il dolore? Ad affrontare le difficoltà?

I personaggi sentono il bisogno di dire qualcosa. Non sanno chi sia lei, da dove venga e si aprono di più. È un mito della speranza. Dove mancava la comunicazione si ricomincia a parlarsi, ma ognuno deve cercare dentro di sé per scrivere la propria storia. Così a un certo punto non avranno più bisogno di rivedere la sconosciuta.

La condizione di incertezza che il covid ha portato emerge piuttosto chiaramente, ma in generale sono vari i momenti nel film in cui si ha la sensazione di trovarsi in un tratto di vita vera.

Siamo stati a Chianciano quando era tutto chiuso e abbiamo voluto vivere la storia che, quindi, è stata vissuta più che scritta col canovaccio del libro. Eravamo in un albergo, e le attività si moltiplicarono per l’arrivo della troupe. La gente si era incuriosita. Venivano nel giardino delle serre dove abbiamo girato. Man mano le persone aumentavano. Il personaggio del cameriere è nato in corsa durante il film (che abbiamo girato senza prima scrivere la sceneggiatura).

Lo interpreta Andrea Muzzi.

Sì, viene dalla scuola di Prato, per intenderci quella di Nuti e Benigni. Recentemente ha fatto All’alba perderò.

Nel tuo cast c’è spesso Sebastiano Somma.

Lo troverete anche in Anemos, nel ruolo del filosofo greco. È un attore duttile, può fare tutte le parti, è bravissimo. Nel cinema non è stato usato abbastanza, ha fatto più che altro televisione. Ha interpretato il personaggio di Alessandro nel film Il mercante di stoffe.

Ornella Muti ha lavorato con te in Mare di grano.

È una grande professionista, per lei non esiste declino. Durante le riprese ha infranto alcune scene con impulsi travestiti da consigli. A chi non lo avesse visto, consiglio La ragazza di Trieste, il suo film più bello.

Nei tuoi cast ci sono stati anche dilettanti prestati all’occasione.

Utilizzo molto volentieri attori non professionisti, si cerca sempre di incontrare personaggi che sono vicini a quello che vogliamo rappresentare. Il peggior complimento che puoi fare a un attore è dirgli che recita bene. Perché l’attore deve essere, non deve recitare.

Nei tuoi film si procede come in una lenta passeggiata. Chiedi agli spettatori di rallentare, fermarsi e riflettere? Di uscire da questo tempo che ci ha abituato a contenuti brevi e immediati?

Bravo, mi hai capito.

È frequente la fotografia paesaggistica.

Sì, il contesto in cui facciamo la storia, ci deve essere bellezza nel contesto. E dobbiamo difendere questa bellezza. Nella Val D’Orcia, uno dei punti più belli d’Italia, ci volevano fare un’autostrada, e io nel ‘91 ci feci un documentario. Poi venne Il paziente inglese e contro l’autostrada si espose Asor Rosa.

È in programma l’uscita di un nuovo film?

Anemos – il vento, in questo caso la ricerca del divino. Cerchiamo il momento adatto per farlo conoscere sia in Italia che all’estero. Va un po’ contro il senso della religione, viene tratto dal mio libro Teoria. Ogni giorno la religione ti impone delle cose, è dogmatica. Oggi crediamo nel dogma, non sentiamo il divino, invece il divino va cercato perché c’è. Il film comincia con una mamma che cammina per Genova ed è in crisi perché il figlio le dice che secondo gli amici non è stato Dio a creare il mondo, a differenza di quel che gli ha detto lei. Come si fa a creare una cosa che poi non si riesce a gestire? La madre è in crisi. Si arriva fino ai Catari che cercano la verità. È un film impegnativo, ma fluido. Dà una risposta.

Ti piace il cinema italiano contemporaneo?

Alcune cose. Mi piacciono i francesi. La loro fotografia è più brutta della nostra, ma mi piace il loro modo di girare con la sequenza, muovono la macchina da presa seguendo gli attori, noi invece stacchiamo.